|
Nel 1987 ascoltavo, per radiotre, commentare e leggere - in modo
del tutto nuovo e diverso da quello che fin’allora avevo
ascoltato - i canti dell’intera Divina Commedia, uno per
uno. Il racconto-commento e la lettura erano quelli di Vittorio
Sermonti. Conoscevo Sermonti come poeta di alcuni versi che ricordavo
a memoria e di lui sapevo che aveva insegnato all’Accademia
di Arte Drammatica di Roma. Nulla di più.
L’anno dopo, esce da Rizzoli, il primo volume di quelle
letture radiofoniche con la raccolta di quei commenti e dei 34
canti dell’Inferno. La supervisione di Gianfranco Contini
avvalorava maggiormente l’opera intrapresa da Sermonti.
Così lo invito a venire da noi, a Casa Melandri, per presentarlo
al nostro pubblico. Cosa che accadrà anche per i due successivi,
contenenti le altre due Cantiche che usciranno rispettivamente
nel 1990 e nel 1993.
Nel frattempo (1992), avendo il nostro Centro Relazioni Culturali
promosso e organizzato il “Processo per la tragica storia
di Paolo e Francesca”, invito anche Sermonti a partecipare
al collegio giudicante e a leggere pubblicamente il V dell’Inferno.
Il pubblico che gremiva il teatro fu affascinato, e compartecipe
alla commozione, nel sentire raccontare e dire da Sermonti quei
versi di Dante.
Nel 1993, esce, come detto, l’ultimo volume con i 33 canti
del Paradiso. Propongo a Sermonti di presentare il volume non
più a Casa Melandri, ma nella Basilica di San Francesco,
accanto alla tomba di Dante. E, infatti, la sera del 3 aprile
del 1993, organizziamo, con la piena collaborazione dell’allora
direttore del Centro Dantesco dei frati francescani, padre Enzo
Fantini, la lettura dell’ultimo canto, il “Vergine
madre, figlio del tuo figlio …”. Alla fine della lettura,
l’entusiasmo del pubblico che riempiva letteralmente la
chiesa, si trasformò in un applauso interminabile.
Da qui, incominciai a pensare ciò che sarebbe avvenuto
poi. Vale a dire la lettura completa della Divina Commedia, raccontata
e letta da Sermonti, in quella stessa chiesa, in quella stessa
maniera. E cioè, una brevissima nota di presentazione dei
canti a nostra cura, e poi il racconto e la lettura di Sermonti.
A quel punto bisognava risolvere il problema del finanziamento
dell’impresa che nei progetti avrebbe dovuto aver luogo
in tre anni con due cicli annuali, in primavera e in autunno.
Chi avrebbe potuto sponsorizzare il nostro Progetto Dante Ravenna
come lo chiamammo?
Ne parlai nel giro che conta, soprattutto con il sindaco d’allora,
Pierpaolo D’Attorre, giovane studioso, docente dell’Università
di Bologna (morto, purtroppo, prima del termine della nostra avventura).
Subito si entusiasmò dell’idea e ci fu a fianco nelle
nostre ricerche di uno o più sponsor. Fintanto che incontrammo
la persona giusta nell’allora direttore dell’Associazione
Industriali di Ravenna, Giovanni Costa, il quale ebbe l’idea
d’interessare un giovane e dinamico manager proveniente
da Milano per prendere in mano la Calcestruzzi dopo le note disavventure
del Gruppo Ferruzzi-Gardini. Ebbene questo manager, Giuseppe Parrello,
capì al volo l’importanza di legare il nome della
nuova Calcestruzzi a una tale, singolare, inedita iniziativa culturale
per la città di Ravenna, in quanto “ultimo rifugio
di Dante”.
Dunque, con Sermonti fissammo il calendario primaverile e autunnale
dei primi due cicli di letture dell’Inferno, che ebbero
inizio il 28 aprile del 1995 per proseguire nel ’96 con
il Purgatorio e terminare nel 1997 con il Paradiso, dopo un’anteprima
dell’ultimo canto della Commedia, ospiti a Castelgandolfo,
di Papa Giovanni Paolo II.
Così iniziò e si compì quella nostra traversata
lungo la Commedia di Dante, coinvolgendo una quantità enorme
di gente, sia di Ravenna, ma anche di fuori Ravenna, compresi
personaggi notissimi del mondo della cultura, politica e del giornalismo
italiani. E ciò accadeva con quella stessa modalità
con cui Boccaccio tentò nel 1373 la medesima impresa nella
chiesa di Santo Stefano di Badia in Firenze, ma che vi dovette
rinunciare già dal 18.mo canto dell’Inferno.
Concluso quello che fu definito dalla stampa nazionale “un
evento unico, mai registrato nella storia della critica e della
divulgazione dantesca”, pensammo subito che cosa fare ancora
nel nome di Dante e di Ravenna, oltre le tradizionali conferenze
dantesche dei dantisti e/o cattedratici italiani che si tengono
annualmente per conto dell’Opera di Dante della nostra Biblioteca
Classense. Per la verità, cosa fare ancora per Dante, stava
già scritto, come leggo ora nel libretto distribuito al
pubblico che partecipava nel 1995 alla lettura di Sermonti dell’Inferno.
Stava scritto così: “Qualora l’iniziativa ottenesse
i risultati sperati, è già in programma la lettura
annuale di una serie di canti della Commedia con la collaborazione
delle maggiori Università straniere e la partecipazione
dei propri esperti lettori nella loro lingua d’origine”.
Questa prima idea mi venne suggerita da un volume dell’editore
Longo, pubblicato nel 1992, che s’intitolava “L’opera
di Dante nel mondo”, a cura del professor Enzo Esposito,
il massimo esperto di biobibliografia dantesca dell’Università
di Roma. Attraverso l’editore Alfio Longo e il professor
Gaetano Chiappini dell’Università di Firenze (che
conosceva il professor Esposito) mi misi in contatto con lui con
un paio di andate a Roma, per verificare la possibilità
di dare vita a una rassegna di letture internazionali della Divina
Commedia, invitando i relativi traduttori, esperti e lettori.
Con il parere favorevole, la disponibilità e la consulenza
scientifica del professor Esposito e letteraria di Vittorio Sermonti,
scegliemmo le prime delle tre traduzioni della Commedia fra le
più recenti, e invitammo, sempre su indicazione e interessamento
sia del professor Esposito che di Sermonti e Longo, i traduttori
Allen Mandelbaum per la sua versione nordamericana, Huang Wenjie
per la versione cinese e Jacqueline Risset per la versione francese.
A quella prima edizione della rassegna, cui demmo il nome “La
Divina Commedia nel mondo”, che si svolse l’11, 18,
25 settembre del 1998, parteciparono, assieme ai traduttori, il
solo esperto della lingua cinese nella persona del professor Federico
Masini dell’Università di Roma e la lettrice cinese
Lü Jing residente a Roma. In seguito, con ciascun traduttore
prenderanno parte alla conversazione che precede la lettura di
un canto della Commedia (prima in italiano e poi nella lingua
in programma) uno o due esperti del ramo e un conduttore/trice.
Ruolo, questo, assunto da Sermonti anche per i primi tre anni
della rassegna.
Così, di anno in anno, a partire dal 1998, si sono susseguite
durante il “Settembre dantesco” ravennate, tre distinte
letture che si svolgono sempre nella Basilica di San Francesco,
negli ultimi tre venerdì del mese, con il determinante
e costante sostegno, sin dalla prima edizione, della Fondazione
della Cassa di Risparmio di Ravenna, oltreché della Presidenza
della nostra Regione e la stretta collaborazione del Centro Dantesco
dei Frati francescani oltre a quella del Comune, Provincia e della
locale Dante Alighieri.
A tutto il 2007 le versioni presentate sono in numero di 30 di
quattro continenti (esclusa l’Australia) con prevalenza
delle versioni europee evidentemente. Rimangono ancora altrettante
versioni (e forse anche di più) da presentare, fra le quali
ci sono anche versioni pubblicate in sanscrito, gaelico, uzbeco
e sembra anche in tailandese e indonesiano, di cui faremo ricerche,
così come abbiamo fatto per l’afrikaan e il nepalese.
I ricordi. I ricordi sono tanti con 30 letture alle spalle. I
più curiosi sono quelli legati ovviamente ai protagonisti:
i traduttori.
Per esempio, quello cinese a cui mancava la voce e chiede a Dante
di scusarlo se deve far leggere ad altri il canto da lui prescelto,
e depone un fiore sulla tomba, ringraziandolo d’averlo “chiamato”
a Ravenna.
E il vecchio traduttore albanese Pashko Gjeçi, notissimo
poeta, che da incarcerato, ai lavori forzati ed esiliato per anni
dall’allora regime comunista, si dedica alla traduzione
della Divina Commedia. Di questo ne parlerà sul Corriere
della Sera, entusiasta e commosso, in concomitanza della nostra
rassegna, anche il suo connazionale, il famoso scrittore Ismail
Kadaré.
E poi, la giovane traduttrice persiana di Teheran, Farideh Mandavi-Damghani
che, dopo aver tradotto la Divina Commedia per cui si aggiudica
nel 2003 il Premio Internazionale “Diego Valeri” per
traduttori stranieri, si dedica, in collaborazione con il nostro
Centro, alla traduzione di singole raccolte, inedite per il suo
Paese, di poeti italiani del ‘900 come Ungaretti, Cardarelli,
Montale, Quasimodo, ecc. Così come tutte le altre opere
di Dante. E, per ultima l’antologia della poesia italiana
da San Francesco a Mario Luzi, attraverso cinquanta poeti fra
i più significativi della nostra letteratura. Per tutto
questo, viene premiata con la Medaglia d’Oro di Firenze
e di Ravenna e, di quest’ultima, le viene inoltre conferita
nel 2005 la cittadinanza onoraria, mentre l’anno dopo viene
nominata Commendatore della Repubblica Italiana per i suoi meriti
culturali.
E come dimenticare la lettura cantata come un salmo (sentire il
CD) di un canto del Purgatorio da parte del traduttore indiano
di lingua malayalam, dello Stato del Kerala, nell’estremo
sud dell’India? E questo, in quanto la grande poesia, come
la Commedia, è da considerarsi (a suo dire e a dire anche
del traduttore nepalese) un testo assolutamente “sacro”.
Per ultimo, il traduttore irlandese, Ciaran Carson, con cui abbiamo
chiuso in bellezza la rassegna delle tre letture di quest’anno
dedicate alle versioni nepalese, bulgara e irlandese, appunto.
Il quale traduttore (poeta e traduttore di primo piano e professore
dell’Università di Belfast) ci ha regalato la sorpresa
d’introdurre il suo intervento e la lettura del canto previsto,
con una toccante suonata di flauto, da lui stesso eseguita, in
quanto, ha spiegato, gli permetteva una maggiore concentrazione,
quella stessa che l’aveva aiutato a dare “una musicalità
mai incontrata” alla sua traduzione della Commedia, come
è stato sottolineato dalla critica anglo-americana.
Ecco, in sintesi, raccontata la storia sin qui della nostra singolare
avventura dantesca.
E dopo? Questa è la domanda che ci viene rivolta molto
spesso. Chissà dirlo? Con gli anni che ci ritroviamo, bisognerà
pensare invece a chi eventualmente lasciare in eredità
la nostra – forse non del tutto inutile – esperienza.
Ravenna ottobre 2007
|