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Premio "Un reportage per Dante"

Primo Premio 2011 - ex aequo (Annalisa Salerno)

20/06/2012

Riscoprire Dante in compagnia del latino

"Dante era il poeta dei potenti, degli uomini di stato e di quanti senza essere letterati, avevano una qualche infiammazione letteraria..." (C. Dionisitti, Dante nel Quattrocento).

 

Nella mia mente affiorano vaghi ricordi, indistinte parole, flebili rimembranze: "Nel mezzo del cammin di nostra vita...", poi buio. A tratti quei lontani ricordi si colorano di tinte nitide e con prepotenza escono da un groviglio confuso di pensieri: "Pape Satàn, Pape satàn aleppe! ..." e poi ancora "Amor, che al cor gentil ratto s'apprende...", "e quindi uscimmo a rivedere le stelle". Nulla è riuscito a dissipare quelle parole che un tempo "infiammarono" il mio animo. E così, appena vengo a sapere che nella Basilica di San Francesco si sarebbe tenuta la lettura in latino del canto VII dell'Inferno, rinasce in me il desiderio di scrivere un articolo su un avvenimento insolito, così mi reco all'incontro.

La musica, con la sua straordinaria capacità comunicativa, apre la serata e ricrea verosimilmente quell'atmosfera di intima semplicità che doveva regnare al tempo di Dante.

Gennaro Ferrante e Maurizio Gobbi incominciano a parlare di un certo Giovanni Bertoldi da Serravalle (1350 circa - 1445). Dicono che sia stato il primo a tradurre in latino la Divina Commedia... buio. Per un attimo tutte quelle parole si colorano di nero. Provo ad immaginare la Divina Commedia in latino: niente musicalità, niente rime...niente. Cosa ne rimane? "Arriva a un'inerzialità tale che lo porta ad essere fedele al testo..."Tali parole mi scuotono, poiché comprendo che vi è una profonda ammirazione per il Sommo Poeta tale da non voler tradire in nulla lo spirito autentico dell'opera.

Giovanni Bertoldi, infatti, opera una traduzione interlineare così ostinata da alterare la sintassi e la morfologia latina; la sua è un'operazione dimessa, umile, che non ha la pretesa di rivedere stilisticamente il testo, come dimostra, ad esemio, l'utilizzo del termine guerram anziché bellum nell'incipit del Il canto dell'Inferno. E così anche quella lingua che mi è sempre apparsa rigida e quasi irrangiungibile acquista una dimensione più umana, concreta e diviene fedele portavoce dell'"alto disio" dantesco.

Motivo ispiratore della traduzione in latino dell'opera è proprio il desiderio di divulgare i valori religiosi e morali anche nell'ambiente ecclesiastico in occasione del Concilio di Costanza nel 1416.

"Pape Sathan, pape Sathan alepp / incepit Pluto cum voce rauca..." Vive parole scorrono, rimbombano e accarezzano le mie orecchie, incantandomi. Un effluvio di immagini mi ingombra la mente e mi lascio cullare dalla musicalità di quelle parole ... poi torna di nuovo il vuoto: le voci, i suoni fuggono, ma riesco a trattenere l'ultimo verso "Venimus ad pedes unius turris finaliter".

Alla fine della serata mi avvicino a Gennaro Ferrante e gli chiedo come mai il latino in particolari occasioni risulta così interessante. "Poiché è fuori dai contesti scolastici ed è una novità", mi risponde. Una novità che mi ha colpito e che ha sorpreso anche chi, come un mio caro amico e compagno di serata, riteneva la traduzione in latino un semplice esercizio letterario senza alcuna utilità.

Sulla via del ritorno ripenso a quei momenti, a quell'incontro con un autore che, grazie alla sua passione per Dante, mi ha fatto riscoprire la bellezza dell'opera e la segreta armonia di una lingua capace di far rivivere anche i "silenzi del testo".

 

Annalisa Salerno

Liceo Classico "D.Alighieri", Ravenna

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