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Premio "Un reportage per Dante"

Primo Premio 2011 - ex aequo (Sofia Cortesi)

20/06/2012

La classicità di Dante, come afferma Calvino, consiste nel lasciare un margine illimitato alla cultura a venire, nell'essere potente sintesi del passato e suggestivo presentimento e vestibolo del futuro.

La straordinaria avventura dantesca appassiona da tempo la città di Ravenna, che accolse il poeta quasi sette secoli fa.

Dopo il grande successo delle letture dantesche tenute da Vittorio Sermonti fra il '95 e il '97, Walter Della Monica in collaborazione con lo stesso Sermonti ha dato vita al "progetto Dante" che vede convergere a Ravenna, dal 1998 in poi, i più importanti commentatori e traduttori nel mondo della Commedia, permettendo alla città di vivere un'avventura culturale unica nella storia della critica e della divulgazione dantesca e di sentire Dante come un poeta vivo e presente.

Anche quest'anno, grazie alle "conversazioni" sulla versione latina, norvegese e catalana dell'opera, abbiamo assaporato la grandezza della Commedia - "emblematica sintesi fra Cielo e Terra" - nella quale il Poeta riflette le passioni degli uomini ed evoca i personaggi più famosi del suo tempo. La calorosa risposta del pubblico presente agli incontri è stata un'ulteriore conferma del fascino imperituro del personaggio - considerato all'unanimità "cittadino del mondo" - e dell'importanza del suo insegnamento.

Viene da chiedersi quale fosse l'intento del vescovo francescano Giovanni Bertoldi da Serravalle quando nel 1416 si accinse a tradurre in lingua latina la Commedia e a fornirne il commento. Spesso trascurato nei resoconti sull'esegesi trecentesca, egli fu il primo a trascrivere l'opera in latino e a corredarla di un commento in tempi estremamente rapidi. La sua traduzione - pur non inepta - ci appare gravata di elementi di una lingua parlata, lontana dallo spirito e dall'eloquenza proposta dagli Umanisti. Ma per comprendere questo aspetto è necessario conoscere le circostanze della stesura della traduzione e del commento: il concilio di Costanza (1414 - 1418) a cui egli prese parte e la richiesta di due vescovi inglesi, Niccolò di Bubwych e Roberto Halam, interessati a conoscere la Commedia non solo per motivi artistico - letterari, ma anche per questioni morali e politiche, già espresse nel De Monarchia. Tuttavia il Serravalle mostra di rivolgere una maggiore attenzione soprattutto alla "esplicazione della lettera": non utilizza il testo dantesco per fini politici attuali, nè presenta le proprie opinioni sulla situzione contemporanea, ma il suo intento è quello di presentare agli stranieri che non conoscono la lingua del poema - e tantomeno le vicende italiane di un secolo prima - i contenuti dell'opera. La lettura del VII canto dell'Inferno e della sua traduzione latina hanno offerto al pubblico un'esemplificazione di tali caratteristiche. Le immagini allegoriche riferite ai dannati che pagano per il loro disimpegno e per l'avidità ci offrono profondi richiami etici e rendono Dante più vicino a noi di qualsiasi altro scrittore e artista dell'intero ciclo medioevale proprio per la sua capacità di restituire il senso reale. Ha osservato giustamente Pier Paolo D'Attorre che "vi è un aspetto etico da sottolineare in questo rileggere, ampio e moderno, le nostre radici culturali. È la ricerca, nell'incertezza del presente, di un interlocutore alto, non effimero, capace di parlarci di sentimenti, di responsabilità e impegno civile, di valori e tensioni vere".

Siri Nergaard e Ole Meyer ci hanno spiegato, nel secondo incontro, che la scelta del grande studioso Gustav Magnus Ulleland di tradurre la Commedia in neonorvegese, il Nynorsk, piuttosto che nell'altra lingua ufficiale e più antica, il Bokmål (danonorvegese), nasce probabilmente dalla volontà di contribuire a creare un'unica lingua nazionale. Uno dei compiti principali del traduttore è, senza dubbio, quello di riprodurre il linguaggio figurativo del testo, ma poiché le figure dantesche non sono poi così astratte, basta scavare nella propria lingua per ritrovare delle espressioni equivalenti. Alla domanda rivolta agli esperti sull'opportunità o meno di continuare a sostenere e promuovere queste traduzioni della Commedia nel mondo, la risposta più significativa è giunta proprio dalla Nergaard, allieva diretta di Ulleland. Secondo la studiosa le versioni in lingua straniera arrichiscono l'opera dantesca, perché la traduzione è innanzi tutto un'interpretazione che, rispecchiando anche il periodo e la soggettività del traduttore, ci può mettere in contatto con ciò che altrimenti nella nostra lingua non saremmo riusciti a dire. Wilhelm von Humboldt affermava che nella traduzione non deve apparire la stranezza della lingua, ma l'estraneo, un'estraneità che arricchisce.

Nell'incontro conclusivo abbiamo ascoltato i versi in catalano della Commedia tradotta da Joan F. Mira I Casterà. Egli rinuncia alla scansione in terzine, allinea tutti i versi a sinistra e distacca gli ultimi quattro versi di ogni canto; tende ad abbandonare la rima - a volte la recupera nell'ultima terzina e nei versi di chiusura - ma non rinuncia al sillabismo libero e irregolare: il suo decasillabo contempla ogni tipo di accentazione e un impiego elastico delle figure metriche. La scelta di rinunciare alla rima per un verso ritmicamente impeccabile sicuramente lo avvicina di più all'originale, nonostante un drastico abbassamento del grado di letterarietà rispetto alla versione del suo grande predecessore Joseph Maria de Sagarra. L'intento è quello di avvicinare il lettore "normale" alla Commedia avvalendosi di un alingua letteraria accessibile.

L'incontro con illustri traduttori e commentatori del testo dantesco ha offerto al pubblico quella che potremmo definire una "percezione civica e patriottica" del nostro tempo unitario. Forse i doni di un libro si trovano in ciò che ci permettono di essere, di diventare, di sperare, di immaginare, di costruire e, infine, di cambiare.

Sofia Cortesi

Liceo Classico "D.Alighieri", Ravenna

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