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Walter Della Monica

Intervista a Walter Della Monica

Intervista a Walter Della Monica

LA PIAZZA INTERVISTA WALTER DELLA MONICA CHE DA OLTRE 30 ANNI GUIDA IL CENTRO RELAZIONI CULTURALI DI CASA MELANDRI

Dall'esperienza straordinaria dei Trebbi Poetici alla vivacissima attività del Centro Relazioni Culturali, dal Premio Guidarello a "La Divina Commedia nel mondo"

di Elisa Bianchini


Sono passati cinquant’anni dall’invenzione di quello che il poeta Giorgio Caproni ha definito “il più straordinario anacronismo del secolo”: il Trebbo Poetico. Entrato di buon diritto nel linguaggio comune grazie a numerosi dizionari ed enciclopedie, il Trebbo ricorda una stagione della cultura italiana estremamente vivace. Dal Dizionario Enciclopedico Treccani: “Trebbo: voce romagnola italianizzata (trébb) che significa riunione di amici, incontro, veglia. Nel 1942 la parola fu utilizzata per intitolare una rivista (Il Trebbo: lettere, arti della Romagna); nel 1956 Toni Comello e Walter Della Monica iniziarono dei trebbi poetici, organizzati in una piazza o in una grande sala: letture espressive miranti a rinnovare il gusto del pubblico per la poesia (italiana) antica e moderna”. Molti protagonisti della scena culturale italiana hanno riconosciuto il valore enorme di questa iniziativa. Come il poeta Giuseppe Ungaretti, uno dei ‘padri’ di questa avventura: Sento che il Trebbo farà miracoli per riportare gli uomini a non essere più tanto distratti dalla loro voce più profonda. Quel Trebbo che per l’irruenza del cuore di Comello e per la rara sensibilità di Della Monica, fa risuonare nelle piazze d’Italia, e torna a renderla familiare, la voce di mille anni di tradizione poetica italiana. Chi ha assistito ai Trebbi ha visto gli occhi del popolo farsi luminosi, occhi di innamorati. Sono anni che non si sentiva parlare di tanto fervore per la poesia”. Anche Salvatore Quasimodo prese parte ad alcuni Trebbi, e così ne ha parlato: “Il Trebbo poetico è una raffinatissima riunione popolare, dove Toni Comello e Walter Della Monica continuano la tradizione del canto della poesia sulle piazze. Ho assistito ad alcuni di questi Trebbi, veri Consigli del Popolo”.

Ne fu intraprendente promotore, insieme all’amico Toni Comello, Walter Della Monica, straordinario personaggio della vita culturale ravennate. Una personalità schiva, lontana da qualsiasi forma di chiassoso e prepotente presenzialismo, che da cinquant’anni promuove instancabilmente la divulgazione culturale a Ravenna, con echi in Italia e all’estero.

Abbiamo incontrato Walter Della Monica, presso il Centro Relazioni Culturali di Casa Melandri, di cui è responsabile e che guida da oltre trent’anni, per parlare dell’esperienza straordinaria dei Trebbi Poetici e della vivacissima attività che da allora lo ha contraddistinto.


Che cos’erano i Trebbi Poetici?

“E’ stato un importante esperimento di divulgazione culturale e sociale, di cui conservo ancora ricordi vivissimi. Il Trebbo coinvolgeva piccoli paesi, come Casal Borsetti, per esempio, che allora era un povero paese di pescatori, o Tricarico, in Lucania, così come le università, italiane e straniere, i teatri come l’Eliseo di Roma, i lettorati di italiano all’estero…In fondo eravamo solo due ragazzi, due giovani che proponevano la poesia in questa maniera; ma oggi devo riconoscere, a tanti anni di distanza e senza ombra di vanteria, che certamente fu una grossa idea, che ancora oggi può coinvolgere un gran numero di persone”.

 

Che cos’era, a suo parere, che rendeva i Trebbi così coinvolgenti?

“Dipende, evidentemente, anche da chi dice le poesie: allora avevamo un vero mattatore, Toni Comello, indiscutibilmente un grande interprete di poesia, colto, molto bravo…conosceva la poesia italiana del Novecento come credo che in Italia non ci fosse nessun altro. Però devo constatare che anche oggi, pur non avendo dei calibri di quella posta, funziona ancora. Lo vediamo ogni anno a Marina di Ravenna, con la rassegna “Un poeta da ricordare”: un salone con quattrocento posti a sedere si riempie, proponendo – oltre ai grandi nomi come Ungaretti o Montale – anche autori meno noti come Alfonso Gatto o Giorgio Caproni. Se avessi un po’ di tempo, da aggiungere a quel poco che ho, proporrei di fare questa iniziativa una volta al mese: fare un’antologia, partendo magari da San Francesco col “Cantico delle Creature” e venendo avanti…sono sicuro che otterrebbe un grande successo.

Quindi è la formula, secondo me, che funziona. C’è modo e modo di dire poesie: sento tante letture, ma manca sempre un qualcosa che riesca a coinvolgere sentimentalmente ed emozionalmente le persone: bisogna creare la emozioni.

Quando noi partimmo da Cervia, in questa sala dell’asilo, aprimmo con “Romagna” di Pascoli; e la gente aspettava, era in attesa. Questa fu la formula, e funzionava dappertutto. Si può dire: vai in un paesino e incanti le persone come un pifferaio; ma all’Università di Catania, o all’Istituto Italiano di Cultura in Germania, o ai lettorati di italiano c’erano studiosi, professori, studenti…

E poi la particolarità, quello che dava attenzione e prestigio alla cosa, era l’adesione dei grandi poeti: Ungaretti, Quasimodo, Caproni…venivano con noi, quando potevano; assistevano ai Trebbi ed erano acclamati come divi”.

 

Ci racconta qualche episodio particolare legato ai Trebbi?

“C’è una foto di Ungaretti, dopo che presentammo una poesia che si chiama “Gridasti soffoco”, una poesia straziante scritta in memoria del figlio morto a nove anni: lui è in piedi mentre esce dalla sala, sconvolto, letteralmente con il viso completamente sconvolto, e la gente era senza fiato, per l’emozione, per l’angoscia.

Poi mi viene in mente anche Pasolini, visto che avremo il mese prossimo la presentazione di un Ritratto di Pasolini: andammo a Valdagno e ci aspettavamo qualche punzecchiatura polemica, perché allora lui era un personaggio scomodo…e invece, detta la poesia, nessuno azzardò di dire niente: non c’entrava più niente. Questo è un episodio.

Oppure Giorgio Caproni, che si tirava indietro: “ma chi vuoi che venga a sentire Caproni?”…Invece la sala era piena e alla fine quest’uomo fu osannato, come un divo del cinema. Succedevano queste cose qui.

Poi, per esempio, andando nel Benelux, mi ricordo che incontrammo i nostri minatori, che erano là a lavorare: cosa vuoi che sapessero di poesia…Però, siccome eravamo patrocinati dalla “Dante Alighieri” facemmo una puntata anche presso il loro Cral. Erano poveri diavoli, relegati in baracche fuori dalle città, come gli immigrati qui da noi adesso. Ma il fatto di comunicare, di portare a loro queste cose, di dire per loro queste poesie fu per loro una vera festa. Lasciò un ricordo molto bello in questi giovani, in queste persone così lontane dalla famiglia, lontane da tutto…alcuni hanno continuato a scrivermi per anni.

E poi, e poi…i ricordi sono enormi!

Per esempio, Quasimodo. Venne operato a Mosca e andò a fare la convalescenza a Gardone Riviera. Il paese voleva festeggiarlo e voleva chiamare i grandi nomi: Gassman, Foà…Invece Quasimodo fece il nostro nome, ci fece contattare e facemmo il Trebbo per Quasimodo, davanti a tutta Gardone.

Giorgio Caproni ha scritto, a proposito dei Trebbi, che avevamo inventato “il più straordinario anacronismo del secolo”. Ed è vero! Ed è una cosa nata così, dalla passione di questi due ragazzi…e dall’intuizione che il pubblico potesse intrattenersi sentendo della poesia”.


Ma come è nata veramente l’idea del Trebbo Poetico?

“In un camping. Io ero direttore di un camping a Milano Marittima e capitò questo giovane di Milano, Toni Comello. Erano gli anni ’50 e non c’erano tutti i divertimenti che ci sono ora: la prima volta che venne giù era il 1953 e a Milano Marittima non c’era proprio niente. Allora la sera ci si intratteneva parlando, chiacchierando, dicendo barzellette eccetera. Una sera si cominciò a buttare lì qualche verso, a memoria, reminiscenze scolastiche…e poi a un certo punto c’è questo giovane di Milano e dice anche lui la sua. E entusiasmò tutti noi. Allora decidemmo di ritrovarci la sera successiva, e poi ancora, e per varie sere ci siamo trovati in quella maniera, per dire poesie. Naturalmente lasciando quasi sempre il banco a questo qua: sapeva tutte le poesie a memoria, era bravissimo. E poi l’estate finisce, lui torna a Milano, il camping chiude. L’anno successivo, il 1954, leggendo la rivista Epoca vedo una rubrica che si chiama “Italia domanda” e c’è una domanda su come interpretare la poesia. Sfoglio il giornale e vedo la foto di questo ragazzo, quello del camping, e le risposte di Ungaretti e di vari poeti su questo quesito. Allora mi metto in contatto con lui, per complimentarmi e invitarlo a tornare. Nel ’55 torna a Milano Marittima e decidiamo di fare una serata per tutti i campeggiatori, italiani e stranieri (un pubblico enorme, il camping era grandissimo), invitando anche il Sindaco di Cervia Pilandri e qualche altro notabile. Facemmo questo recital di poesie e fu un grande successo”.


Ma la formula era già quella definitiva del Trebbo?

“Sì, già da allora la chiave era il commento. Perché ci dicemmo: andiamo a dire il “Lamento per Ignacio Sanchez Mejias” di Garcìa Lorca…bisognerà poi spiegare chi era questo torero, perché Garcìa Lorca ha scritto quella poesia, anticipare gli argomenti della poesia…

A chiusura di questa serata, il Sindaco ci propose di rifare la serata anche a Cervia, per i cervesi, l’inverno successivo. Alla fine della stagione ci mettemmo in contatto e decidemmo data e luogo: il 7 gennaio 1956 all’asilo di Cervia (l’unica sala che c’era). D’accordo con Comello decidemmo di provare e andammo in questa sala, pienissima. Il riscaldamento non c’era, c’era solo una stufa che faceva un gran fumo: un freddo da morire, però l’atmosfera si scaldò con la poesia: nessuno aveva più freddo. Iniziammo con “Romagna” di Pascoli, e decidemmo di dare a questa iniziativa il nome di ‘Trebbo’ perché volevamo esprimere la popolarità della cosa, il fatto che non fosse riservata a un’élite. Era una cosa molto semplice, io che commentavo ero seduto in mezzo alla gente: non avevamo niente da insegnare, ma piuttosto da condividere. Era proprio una condivisione: piace a noi e pensiamo di trasmettere a voi lo stesso piacere nostro. Tutto lì”.

Vittorio Gassman ha detto dei Trebbi che erano un atto non solo di amore per la poesia, ma di fiducia nel pubblico, che troppo spesso si sottovaluta e si svaluta: il pubblico dei poeti, come quello del teatro e di ogni arte.” Voi avete dato fiducia a questo pubblico, alla sua sensibilità: è stato sempre così?

“Non ci sono mai stati dissensi, e non lo dico per fare onore a noi stessi. Abbiamo registrato, fino al 1960, circa 160 Trebbi ed è sempre stata una cosa molto accettata. E un’altra cosa che mi piace sottolineare è che la cosa, secondo me, poteva partire solo dalla Romagna.

L’entusiasmo e la partecipazione dei romagnoli hanno dato il propellente. Perché io mi chiedo: come mai non è successo prima? Comello era lo stesso, io anche, ma perché uno dei due non è riuscito?”.


E questo per quale motivo, secondo lei?

“Non lo so. Noi abbiamo un testimone diretto qui a Ravenna, Valter Fabbri, che è stato anche assessore alla cultura. Lui seguiva il trebbo con la bicicletta: dove andavamo, lui e qualche amico ci seguivano in bicicletta. Io penso che la Romagna sia stata la spinta, e guardando l’itinerario dei Trebbi, si vede che abbiamo fatto prima tutta la Romagna e poi di lì ha spiccato il volo. E poi c’era l’entusiasmo dei poeti che ci seguivano e che hanno diffuso in tutta Italia la notizia del Trebbo. E’ stato un momento esaltante, che ha lasciato il segno. In fondo, abbiamo operato per cinque anni, ma sono stati cinque anni formidabili”.


E come mai è finita?

“Forse era esaurita anche la carica. Io ho lasciato perché avevo famiglia: non potevo essere sempre in giro, come un nomade…ed è finita così. Comello ha continuato, perché era un attore. Ma non era più come prima. Però quei cinque anni rimangono nella storia, anche per tutte le persone conosciute: un’esperienza meravigliosa, specialmente per un giovane come ero io. Ricordo quando facemmo il Trebbo a Trieste per la morte di Umberto Saba, invitati dalla “Dante Alighieri”. Tutta la cultura italiana, la politica, dal Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio…tutti mandarono messaggi per questa cosa (la documentazione è tutta conservata presso l’Università di Pavia). Ma andando a Trieste avemmo un incidente stradale enorme: andammo giù in una scarpata, la macchina si impantanò sulle rive del Timavo e fu la nostra fortuna, se non saremmo finiti nel fiume. E questo Trebbo formidabile, grandioso, non si poté fare. Lo riprendemmo due o tre mesi dopo, quando fummo guariti…fu indubbiamente molto sentito, molto partecipato, ma non fu come la prima volta. Era significativo che le massime personalità politiche e culturali del Paese partecipassero a questa cosa col Trebbo: in fondo non eravamo grossi nomi del teatro, ma solo due ragazzi…”.

E quell’esperienza è rimasta indelebile nella sua attività negli anni seguenti…

“Sì: quell’esperienza fatta da giovane ha valso tutto il dopo: perché adesso io faccio queste cose, mentre potrei tranquillamente starmene a casa? Ma c’è questo bisogno di trasmettere agli altri quello che ho recepito, ciò che ho conosciuto prima degli altri…un bisogno spirituale”.


…come per esempio “La Divina Commedia nel mondo”…

“Noi siamo stati i primi in Italia a proporre tutta la Divina Commedia raccontata e letta con Vittorio Sermonti. Adesso Dante è dappertutto…però la soddisfazione è quella di essere stati degli anticipatori: Ravenna ha anticipato un fenomeno che ora è ovunque. E poi c’è “La Divina Commedia nel mondo”: ma quando mai, dopo sette secoli, si è vista una rassegna di – finora – ventisette lingue presentate? Ventisette versioni della Divina Commedia…e poi ce ne sono almeno il doppio, il triplo: la difficoltà è nella scelta. Non è mai successo al mondo!”.


Qualche anticipazione sulla prossima edizione?

“Ma…quest’anno sto pensando – ma non è facile, perché bisogna trovare gli interlocutori giusti, gli esperti, che poi a loro volta ti fanno la traccia per arrivare al traduttore –al bulgaro, all’irlandese (mi piacerebbe tantissimo) e all’indonesiano. E poi ci sono ancora le lingue scandinave, la Svezia che non abbiamo mai fatto, poi il Medio Oriente, l’Asia…”.

E anche qui la risposta del pubblico non si fa attendere.

“Non è il pubblico che frequentava, per esempio, Sermonti: è un pubblico più ‘selezionato’, che ha delle curiosità più spiccate. Le informazioni generali si possono trovare anche nell’Enciclopedia Dantesca, ma sentire queste letture – anche se non capisci niente è lo stesso! – sentire come dicono Dante in un’altra lingua. A me pare bello. Ed è bello che un traduttore dica Dante nella sua lingua. E poi ci sono traduzioni nuove di anno in anno, nuovi studi, interessi nuovi.

Sicuramente Dante è il poeta più universale, un simbolo dell’Italia…forse l’unico simbolo che ci è rimasto. E’ per questo che Dante dovrebbe essere il nono monumento ravennate tutelato dall’Unesco: non tanto la tomba, ma Dante in quanto simbolo. Avere Dante è un patrimonio enorme: essere i custodi della tomba di Dante e delle sue spoglie è un punto d’onore”.


E poi c’è l’attività del Centro Relazioni Culturali.

“Anche questa è un’esperienza venuta dal Trebbo. Questi cinquanta incontri annuali, con una enorme varietà di argomenti. Lì mi diverto davvero: sono migliaia i titoli che escono ogni anno, e tra quelli bisogna selezionarne cinquanta. E allora lì ti diverti a scegliere. E poi c’è la partecipazione del pubblico, che è ciò che dà la spinta. Nel tempo abbiamo notato la crescita culturale del pubblico e oggi a Ravenna – non solo per merito nostro – si fanno tantissime cose culturalmente valide…e quando hai concorso a creare questo interesse nel tempo è molto bello, gratificante. Se c’è una soddisfazione in tutto questo è quella di avere contribuito a fare di Ravenna una città che, nel resto d’Italia, è considerata una delle città culturalmente più vivaci”.


Infine, il Premio Guidarello…

“La situazione è molto chiara: abbiamo concepito il Premio Guidarello tanti anni fa, adesso è cresciuto. Noi abbiamo ceduto la titolarità del Guidarello cinque anni fa, dopo il trentennale, perché per dare continuità al premio era necessario soddisfare l’aspetto economico. Quindi occorreva appoggiarsi ad un’organizzazione che avesse i mezzi e la voglia di investirli: l’Associazione degli Industriali, con i quali già si collaborava, acconsentì a questo passaggio di titolarità. Ora ci sono state queste polemiche…ma a un certo punto, se il Premio acquista maggiore consistenza, maggiore notorietà, è un bene e io ho piacere. L’idea è nata da noi, l’abbiamo portata avanti per trent’anni, con tutte le difficoltà…se a un certo punto il Guidarello può diventare un premio veramente competitivo a livello nazionale…magari! Mi fa solo piacere! E’ un riconoscimento al Premio Guidarello: se non ci fosse stato questo passaggio, che sono stato io a volere, nel 2001 il Guidarello sarebbe sparito”.



OTTOBRE 2017

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