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Natascia Ferrini

Capitolo primo

Il Trebbo Poetico: storia del “più straordinario anacronismo del secolo”
(secondo Giorgio Caproni)

1.1 Gli esordi

Estate 1953, un camping di Milano Marittima. La storia del fenomeno culturale definito da Giorgio Caproni come “il più straordinario anacronismo del secolo”, ha inizio, rigorosamente per caso, proprio da qui, con un incontro che ha quasi il sapore di una leggenda. E’ la storia di due giovani che nella seconda metà degli anni cinquanta votarono la loro vita alla rara idea di portare la poesia nei borghi, nelle aie, lungo i moli, nelle darsene e piazze del nostro Paese. Due giovani che, partendo dalla Romagna, percorsero un sentiero che sollevò grandi consensi in Italia e all’estero, fino a diventare un fatto linguistico e culturale che ha trovato posto nei dizionari più accreditati: il Trebbo Poetico.

A quel tempo si trovavano nel camping romagnolo, ignari l’uno dell’altro, due “svagati ragazzi”, per riprendere la definizione di Sergio Zavoli, che rincorrevano per vie diverse sogni di gloria artistica. Uno era il direttore del campeggio, il giovane ravennate Walter Della Monica, al secolo Walter Spadoni, che nella scelta del proprio pseudonimo giornalistico si ispira ai rami dinastici di famiglia ; una grande passione per la poesia era la sua caratteristica distintiva, espressa fino a quel momento solo tramite la saltuaria collaborazione a qualche giornale. L’altro, ospite del campeggio, era Toni Comello, irrequieto rampollo di una nobile casata di Mogliano Veneto, ribelle come quei Rimbaud e Baudelaire che tante volte aveva recitato per un pasto nelle trattorie di Francia, interamente girata in autostop. Vita avventurosa la sua e forse non priva di compiaciuta leggenda. Nei momenti di pausa tra una vicenda e l’altra aveva avuto il tempo di arrivare alla tesi di laurea in Lettere, recitare saltuariamente al piccolo teatro di Milano e frequentare l’Accademia di Arte Drammatica a Roma, senza però dare un corso regolare ai suoi studi teatrali .

Temperamenti diversi, fusi tuttavia sotto il comune denominatore di una eccezionale passione letteraria: quella per la poesia. Inevitabile dunque, forse fatale, la conoscenza ed il folgorante rapporto d’amicizia: tra un discorso e l’altro i due giovani cominciarono infatti, in una notte d’estate, a citare poeti, a dire versi; prima a quattr’occhi, poi di fronte ad un numero sempre maggiore di villeggianti, per giungere infine ad una memorabile esecuzione del Lamento per Ignacio Sanchez Mejias di García Lorca; esecuzione che, secondo il ricordo di Della Monica, catturò l’attenzione di decine di campeggiatori italiani e stranieri. Fu questo – scintilla di un fuoco forse mai spento – l’inizio di tutto.

Passarono due anni prima che Della Monica invitasse Comello a fare ritorno a Milano Marittima. Così, sul finire dell’estate del ‘55, sempre nel medesimo campeggio, questi “Dioscuri della poesia” (come verranno definiti dal noto critico Giovanni Titta Rosa), vollero sperimentare fino a che punto la poesia fosse viva nel cuore delle gente: organizzando una serata poetica per tutti gli ospiti con invito alle autorità e ai notabili del posto. Il rischio di fallimento, in quella atmosfera votata al solo svago, era alto. Tuttavia, come ricorda lo stesso Della Monica, la risposta del pubblico fu entusiastica e il successo andò ben oltre le aspettative di questi due giovani egualmente pazzi e innamorati di poesia. La formula era già quella vincente che sarebbe passata, sia pure con qualche ritocco, nelle performances del futuro Trebbo Poetico: dopo una chiara presentazione di Walter Della Monica che spiegava come si sarebbe articolata la serata, brevi note introduttive intonate ancora da Della Monica si alternavano alle dizioni di Comello, uomo di teatro che sapeva imprimere al discorso poetico il tono giusto, senza enfasi, lasciando parlare i versi, cioè i poeti con la loro nuda e virile voce; il “tono più alto” proveniva dalla poesia medesima “che è fuoco e fiamma quando è accesa dalla passione” .

Sarebbe potuta finire lì; alla fine dell’estate Comello fece ritorno a Milano e Della Monica nella vicina Ravenna. Ma la risposta del pubblico indusse i due nascenti “Dioscuri” a giocarsi le loro carte fino in fondo, spingendo l’intuizione fino alle estreme conseguenze: avrebbero portato quell’esperienza in tutte le piazze d’Italia per “contagiare” la gente con quel loro “mal di poesia” . Ed in effetti l’intraprendente Della Monica riuscì a scoprire quella sua stessa passione nell’allora Sindaco di Cervia, Gino Pilandri, presente alla serata estiva del ‘55, convincendolo a ripetere l’esperienza l’inverno successivo. Il rischio di insuccesso era ancora una volta molto alto; il clima, la gente, l’atmosfera festiva non erano più quelle della prima occasione, così che era impensabile ritrovare la naturale euforia collettiva che aveva caratterizzato quella prima esperienza.

Il 7 gennaio 1956 fu concessa una sala dell’asilo comunale di Cervia e proprio lì, di fronte ad un pubblico di pescatori, casalinghe, albergatori, notabili del posto, avvenne qualcosa di incredibile: il freddo intenso della sala, gelata a causa del malfunzionamento dell’impianto di riscaldamento, si dissolse nell’emozione e nell’entusiasmo collettivo, “trasformando quella che poteva sembrare una balzana utopia in stupefacente realtà”. La serata successiva si tenne a distanza di pochi giorni, il 9 gennaio, nella vicina Ravenna; ancora una volta il successo fu senza precedenti.

Sembrava che il pubblico raccolto in quelle sale non avesse atteso altro. Da questo momento canzonettisti e divi del cinema furono messi da parte, la gente si schierò dal lato maestro della poesia, dalla parte di questa iniziativa capace di entusiasmare tanto il pubblico più umile quanto quello più esclusivo. In mezzo a folle attonite, su un’aia campagnola, in un’aula scolastica, sul sagrato di una chiesa d’estate o in un palazzo una sera d’inverno, i due “moderni aedi” riuscirono di predicare la parola poetica fra la gente; e lo fecero forse nel modo più semplice ed immediato: attraverso il cuore.


1.2 La formula del Trebbo

E così siamo arrivati al cuore del nostro racconto: alla nascita “ufficiale” del Trebbo Poetico degli “ultimi aedi della poesia italiana”. Ma che cosa fu dunque questo fenomeno culturale capace di far gridare di meraviglia poeti affermatissimi? Che cosa significò questa iniziativa in grado di fare innalzare ad una città striscioni di saluto in onore di Salvatore Quasimodo, quasi si trattasse di un eroe dello sport; di entusiasmare il pubblico più vario in Italia e all’estero? Evento semplice, eppure terribilmente complesso per la nostra impostazione culturale ormai abituata a concepire la poesia come un sistema chiuso, elitario, al di fuori della portata del cosiddetto – termine impreciso ma quanto meno indicativo – “popolo”.

Il termine trebbo è tutto romagnolo (e’ trebb, dal latino trivium e forse anche dal trebbio toscano): significa ritrovo, raduno, veglia. Un tempo usava “far trebbo” presso i contadini, nelle stalle, per stare in compagnia e conversare di cose preferibilmente gradevoli, dopo il lavoro. Oggi il termine, proprio in virtù del folgorante impatto del fenomeno sulla cultura italiana del Novecento, è presente in molti dei più qualificati dizionari della lingua italiana – fra cui l’Enciclopedico Treccani , il Gabrielli, il Panzini-Migliorini, il Nuovissimo Garzanti, lo Zingarelli, il Devoto-Oli, ecc. – per indicare la straordinaria esperienza di Comello e Della Monica nella seconda metà degli anni ’50. Unico vocabolo di derivazione romagnola che sia entrato, prima dell’ “Amarcord” felliniano, nei maggiori dizionari in lingua sulla spinta di quel fatto poetico .

Già nel 1942 era nata una rivista letteraria che si intitolava “Il Trebbo: arti e lettere della Romagna”, intendendo la parola nella medesima accezione di convegno, incontro, adunata; ma il rapporto con il duo Comello-Della Monica non va oltre la semplice ricorrenza di un termine molto comune nel lessico romagnolo. Se mai fu un’atipica figura di poeta itinerante, Aldo Spallicci, ispiratore della rivista “La Piè” (La Piada) e capofila del gruppo poetico-dialettale dei “Piadaioli”, a suggerire con i suoi trebbi tenuti sulle aie, l’ipotesi di un contatto immediato con il pubblico. Tuttavia il trebbo dei piadaioli, legato visceralmente alla terra e alla tradizione rurale romagnola – celebrazione dell’idillio agreste e del buon sentimento – potè al massimo rappresentare la garanzia che poesia e popolo non fossero così inconciliabili come si poteva credere. Il Trebbo Poetico fu tutt’altra cosa. Esso non rimase vincolato ad una esperienza di carattere folkloristico-dialettale, ma volle portare in piazza la poesia intesa nella sua globalità . Lo stesso Walter Della Monica in una intervista rilasciata ad Ennio Cavalli chiarisce una volta per tutte: “Il nostro [Trebbo] puntava su qualcosa di più corale, per uscire dallo stampo di una sia pur generosa ed alacre confraternita”. Il termine fu dunque scelto perché esprimeva il concetto di una operazione culturale di carattere popolare: avvicinare la gente comune alla poesia in lingua, in modo semplice, come fra amici.

Proporre Dante ed Ungaretti, Petrarca e Montale, Tasso e Valéry, a contadini che, come ricorderà Salvatore Quasimodo, ancora indossavano il mantello del Passatore, comportò chiaramente delle difficoltà maggiori di quelle rintracciabili in una performance di poesia dialettale. L’attività del Trebbo, come scrisse Vittorio Gassman in una lettera a Della Monica, è “un atto non solo di amore per la poesia, ma di fiducia nel pubblico, che troppo spesso si sottovaluta” .

Dalle origini ai contemporanei, autori come Dante, Petrarca, Leopardi, Foscolo, Manzoni, Carducci, Pascoli, e ancora Ungaretti, Montale, Quasimodo, Sereni, Caproni, Pasolini ed altri poeti italiani e stranieri, grazie al Trebbo si scrollarono finalmente di dosso la polvere delle antologie e vennero restituiti alla gente in tutta la loro freschezza e, proprio in mezzo alla gente, cominciarono a vivere. Per merito di questi “commessi viaggiatori della poesia” (come li chiamerà Massimo Grillandi) la tradizione poetica italiana tornava ad essere patrimonio comune. Per molte persone la poesia era associata a tristi esperienze di dizioni a memoria. I due amici, invece, riuscirono ad andare oltre l’accademismo e seppero vedere in essa un patrimonio troppo grande per essere condivisa da pochi. “Sulla poesia”, disse Della Monica a Sergio Zavoli in una trasmissione radiofonica , “c’è un vecchio equivoco: se ne parla molto e con grande rispetto formale, ma non le si crede abbastanza, perché non la conosciamo a sufficienza, non sappiamo bene che cosa sia. Noi non facciamo opera di cultura accademica, ma di conoscenza dei valori antichi, persino ancestrali; elaboriamo, per così dire, alcuni dati primigeni, originari, della nostra vita. Semplicemente riscoprendoli nella poesia. Per coloro, e sono tanti, che se li tengono dentro senza saperlo e, in definitiva, li ignorano”.

Semplicità ed immediatezza dunque le caratteristiche distintive del loro monologo di commenti e dizioni, dove si alternavano l’uno con l’altro in un appassionante colloquio. La poesia con loro diventava pane e sale, vino che tutti potevano gustare, nutrendo lo spirito di chi se ne cibava; degli uomini più semplici ma anche degli altri. Perché tra gli ascoltatori non c’erano soltanto operai e contadini. C’erano anche, e avevano gli occhi non meno lucidi degli altri, poeti di fama, artisti, docenti universitari e letterati, studiosi italiani e stranieri. Ed era entusiasmo vero, accuratamente documentato. Scriveva per esempio Alfonso Gatto su “La fiera letteraria”: “Io sono commosso, sono lieto di aver mostrato ingenuamente la mia commozione, di rispondere così con amore, con semplicità di cuore a semplicità di cuore, senza infingimenti. L’amicizia tra gli uomini, tra il pubblico e i poeti, è non solo possibile, ma necessaria, viva, operante…” .

Ed ancora, il “padre spirituale” del Trebbo, Giuseppe Ungaretti, in una intervista radiofonica condotta da Giuliano Lenzi, si esprimeva in questa maniera: “ Da molte recite del Trebbo mi arrivano lettere sottoscritte da un infinità di persone che hanno assistito alle recite stesse e che esprimono il loro entusiasmo per questa riscoperta della poesia. I poeti recitati conservano sicuramente un grato ricordo di questo omaggio come di uno degli atti più gentili ricevuti” .

Il Trebbo dunque ebbe anche la consacrazione ufficiale degli stessi poeti letti al popolo. “Se il paragone è concesso”, come scrisse lo stesso Della Monica, “si potrebbe dire che, come una funzione religiosa trae maggior calore dalla frequenza di più fedeli, anche se Dio può essere adorato in solitudine, così la lettura di una poesia fatta in pubblico trae risonanza più viva, vibrazione più complessa, da un auditorio numeroso” .

La formula del Trebbo era sobria e senza inutili coreografie, quasi a voler sottolineare la semplicità e la povertà dell’impresa. Una luce raccolta al centro di una piazza o di una sala e file di sedie disposte ad anfiteatro, a volte una pedana, erano sufficienti perché il Trebbo potesse vivere. Qualche volta si indugiava ad una improvvisata regia, a qualche effetto a sorpresa come inaspettate apparizioni della voce recitante, ma il più delle volte la performance si svolgeva all’insegna di una assoluta semplicità .

Siamo in tempi in cui il crescente successo dei mass-media – cinema, teatro, televisione – avrebbe potuto influenzare il Trebbo trasformandolo in uno “spettacolo” più intento a catturare il pubblico con trovate ad effetto che non ad indirizzarlo su binari prettamente culturali. Eppure nulla di tutto questo è ravvisabile nell’esperienza di Comello e Della Monica, mai sottomessi ad esigenze diverse da quelle che la poesia richiedeva. I binari su cui si svolgeva la performance erano pressoché obbligati. Spettava a Walter Della Monica predisporre la platea alla comprensione del testo con le sue brevi ed incisive note introduttive. Di ogni testo spiegava lo stato d’animo del poeta, quello che voleva dire, quale armonia musicale aveva raggiunto. Il tutto senza servirsi degli usuali canoni critici ma seguendo la volontà di ricostruire per il pubblico le condizioni umane ed artistiche che diedero origine al testo poetico. Non era, quella di Della Monica, una volontà di ridurre criticamente la figura del poeta, ma di esprimere le ragioni più semplici della sua poesia; intento cui adempiva con pochi riferimenti biografici e testuali, senza digressioni di ipotesi critiche. Così il pubblico aspettava con ansia che Comello materializzasse, tramite la sua presenza e la sua voce, quei sentimenti che, attraverso le parole di Della Monica, aveva individuato ed era pronto a far propri. La simbiosi di commento e dizione era l’arma vincente del Trebbo e la sua originale novità.

Finalmente, dopo il commento, entrava dunque in gioco Comello che aveva il compito di imporre il presupposto fondamentale della performance: dar potenza alla parola, darle valore tramite la vocalità e tramite una comunicazione corporale che costituiva un linguaggio di supporto, o meglio una seconda forma di dialogo, integrata alla prima, con il pubblico. “La poesia ha in se la propria dizione” afferma lo stesso Comello, “la dizione è la poesia stessa che si materializza in suono, ma nel suono che è suo, che nasce nella totalità della parola poetica… il tono del poeta va cercato dal di dentro, il dicitore deve farsi cosciente strumento del poeta”. Sono parole quanto mai significative per poter capire le premesse concettuali ed estetiche da cui mossero le dizioni del Trebbo. Per la prima volta la sacralità della poesia non veniva abbassata, ma presentata nelle sue problematiche e rivissuta come ondata di sentimento .

Il programma dello spettacolo - nove o dieci autori commentati nel giro di un’ora, un’ora e mezza circa – era un rapido excursus attraverso la poesia di tutti i tempi. Inizialmente la strategia delle pubbliche performances, che rimasero pressoché uguali, venne messa a punto insieme al critico e poeta Giovanni Titta Rosa. Sarà soltanto in seguito che le serate verranno suddivise in due parti: una iniziale, dedicata agli autori fissi del repertorio del Trebbo, ed una speciale in onore di un poeta italiano contemporaneo, spesso presente alla serata, del quale venivano presentati un’antologia di poesie ed un breve profilo biografico. Nella prima parte del programma si faceva un excursus della poesia italiana dalle origini al Novecento attraverso i suoi massimi autori: da Dante e Cavalcanti a Ungaretti e Pasolini. A volte si operava qualche incursione in territorio straniero con Jaufrè Rudel, l’amato García Lorca, Paul Valéry, Manuel Machado, mentre in alcune occasioni si recitavano testi fuori dal repertorio: da Catullo ad Accrocca, da Goethe a Bartolo Cattafi, da Luis De Gòngora a Mario Cicognani. Impossibile citare tutti gli autori, ma tanto basta a farci comprendere come il repertorio fosse vastissimo e molto flessibile in base alle esigenze e alla composizione del pubblico della serata .

La forma del Trebbo Poetico fu dunque questa: qualcosa di semplice e straordinario allo stesso tempo. Comello e Della Monica – autodefinitisi non a caso anche “agitatori di poesia” – osarono quello che nessuno aveva avuto il coraggio di fare prima di loro, comunque non con quelle implicazioni culturali: tornare nel circuito fluido dell’oralità, pur senza rinunciare a quanto secoli di intimismo letterario avevano in precedenza comportato, a partire dal valore quasi sacro della parola. Questo non significò volontà di disgregare la tradizione (come di lì a qualche anno faranno le tendenze della neoavanguardia), ma rappresentò lo sforzo di conciliare due realtà, la poesia scritta e la sua manifestazione orale. Rappresentò la forza di credere e far credere che quella dimensione di sacralità del mondo, perduta, o forse semplicemente dimenticata, fosse ancora possibile in un’epoca in cui spazio e tempo andavano ormai comprimendosi in modo sempre più vertiginoso e con tale evidenza da non offrire quasi più alcuna occasione a quell’“altrove” che è dentro di noi.

1.3 I giorni della meraviglia

Dopo quella prima esperienza nel gennaio del ’56 i trebbi si moltiplicarono. Da Fermo a Valdagno, da Roma a Torino, da Bolzano a Potenza, da Milano a Trieste, in Sicilia, non vi fu quasi paese o cittadina che non ebbe il suo Trebbo. Esso ebbe lo straordinario potere di superare le divisioni ideologiche; era soltanto la festa, la voce della nostra tradizione più vera .

Nel solo 1956, dopo quello mitico di Cervia, si successero ben diciannove trebbi, tutti limitati alla Romagna per dare la possibilità all’istituzione di farsi conoscere, ma gia sufficienti a far sbilanciare il grande Ungaretti che in una lettera indirizzata a Toni Comello in data 9 aprile 1956 scriveva: “Sono grato al Trebbo Poetico, a Lei e ai Suoi amici che davvero fanno miracoli. Vorrei fare qualche cosa per dimostrare a Lei e ai Suoi amici la mia gratitudine. Sono anni che non si sentiva più parlare di tanto fervore per la poesia. Forse un fervore uguale al Loro non l’ho mai visto, nemmeno ai tempi del Futurismo e di Lacerba…” .

Sulla scia di questi primi successi il fenomeno fu dunque destinato ad espandersi in breve tempo. Finchè i due “giullari della poesia” si mossero in terra romagnola fu la stessa struttura turistica per cui lavorava Della Monica, l’ENAL, che, comprendendo il vantaggio del ritorno pubblicitario, diede una mano nell’organizzazione delle serate; aiuto che solitamente si risolveva nel reperimento di un luogo appropriato, soprattutto d’inverno. In seguito, quando si iniziò ad uscire da questi confini, ogni cosa fu affidata al caso. Era ormai la stessa rete di amici e poeti sparsi qua e là, ma sentimentalmente legati al Trebbo, a prendere contatti con gli enti locali, a valutare le possibilità perché potesse venire organizzata una performance di Comello e Della Monica .

Le condizioni economiche imposte dai due giovani erano davvero irrisorie: rimborso delle spese di viaggio ed eventualmente di soggiorno; un piccolissimo compenso per finanziare i lavori di tipografia (depliant invito e manifesti) e le iniziative parallele ai trebbi. “Una volta”, ricorda Della Monica nell’intervista radiofonica di Zavoli, “siamo arrivati a Monaco di Baviera e faceva freddo, pioveva. Era la notte degli ubriachi, quanti ubriachi per le strade e nella stazione! Ricordo che non potemmo andare in albergo perché non avevamo soldi a sufficienza, e così dormimmo lì, in stazione, nella sala d’attesa di seconda classe, con gli ubriachi che urlarono per tutta la notte…” .

Possiamo dunque ben comprendere da questo aneddoto come alla nostra istituzione fosse totalmente estraneo ogni fine di lucro; il pagamento per loro era negli applausi della gente semplice, che voleva la poesia e la chiedeva a gran voce.

La fama del Trebbo, ormai diventata di dominio pubblico, scatenò una vera e propria caccia per accaparrarsi una sua esibizione da parte dei più svariati enti: amministrazioni comunali, università, circoli artistici. Unica condizione il desiderio di ascoltare e di emozionarsi. Chi però diede al Trebbo la possibilità di compiere un gran balzo fu la presidenza della “Dante Alighieri” di Roma che organizzò, nel 1957, in collaborazione con gli Istituti italiani di cultura all’estero, una serie di spettacoli per i minatori italiani. Stoccarda, Ludwigsburg, Monaco furono le città che ospitarono il primo tour estero di Comello e Della Monica. Da quel momento quello di spettacoli fuori confine divenne un motivo ricorrente del Trebbo che, nel 1959, sempre con il supporto della “Dante Alighieri”, girò l’Olanda toccando in rapida successione, dal 23 febbraio al 2 marzo, Rotterdam, Maastricht, Sittard, Brunssum, Leiden, L’Aja e Arnhem. Fu uno dei momenti più esaltanti vissuto dal gruppo raccoltosi attorno ai due capofila che in Olanda trovarono sentimenti di nostalgia in grado di trasformare quell’evento in qualcosa di più profondo di un semplice spettacolo. Comello e Della Monica scesero anche nelle miniere, visitarono le baracche per rendersi conto delle condizioni di vita dei minatori; divennero insomma una sorta di ambasciatori della speranza per quella gente trapiantata in un mondo non suo . A testimonianza del successo che il Trebbo riportò all’estero restano alcune lettere personali indirizzate a Comello e Della Monica, tra cui una di Irene Hymans, docente di Letteratura italiana all’Università di Leiden in Olanda, che scrive: “…qui tutti serbano un ricordo entusiastico del Trebbo. Comello e Della Monica ci hanno dato la più bella serata mai avuta nei corsi di italiano di Leiden”.

L’istituzione inoltre non esaurì tutta la sua energia creativa nelle performances, ma fu anche promotrice di una serie di iniziative e scopritrice di talenti poetici ed artistici. Sulla scia del successo ottenuto, infatti, già nel 1956 venne organizzato il primo “Premio Trebbo Poetico città di Cervia” a cui accettò di presiedere lo stesso Ungaretti. Questa iniziativa permise al Trebbo di raggiungere un risultato duraturo ed estremamente significativo: la coalizione di poeti (chi già affermatissimi e molto noti, chi ancora sconosciuti) di critici, di stampa, che, da quel momento in poi, sostennero ogni passo dell’istituzione con un contributo serrato e continuo.

E’ dunque possibile parlare di un “gruppo” del Trebbo Poetico poiché, pur rimanendo come riferimento fisso fino al ’60 la “cult-line” Comello-Della Monica, iniziò immediatamente a verificarsi una continua osmosi di collaboratori che lavorarono, più o meno intensamente, per portare al successo l’iniziativa. Così, alla paternità spirituale di Ungaretti e Quasimodo fece riscontro il continuo sostegno pratico di Gaetano Chiappini, allievo e futuro successore di Oreste Macrì all’Università di Firenze, il poeta e professore di italiano Mario Cicognani, Alvaro Valentini, futuro docente di Letteratura Italiana moderna e contemporanea all’Università di Macerata ed il professore di inglese Andrea Carli .

Nel frattempo la mente feconda dei due ragazzi aveva iniziato a concepire l’idea di trebbi speciali interamente dedicati ad un singolo poeta: tra i più memorabili l’interpretazione del trentatreesimo canto del Paradiso nel Battistero della Cattedrale di Ravenna in un Trebbo dedicato a Dante. Un altro trebbo eccezionale fu tenuto il 28 giugno 1959 a Recanati in occasione del centosessantunesimo anniversario della nascita di Giacomo Leopardi. Il 28 giugno 1958 il Trebbo si fermò a Tricarico in onore di Rocco Scotellaro, il giovane sindaco-poeta; Della Monica ricorda ancora che l’annuncio dello spettacolo venne dato da un banditore comunale che, con tanto di tromba, passò nel pomeriggio per le strade del paesino. E ancora, fu programmato un Trebbo in onore di Umberto Saba a Trieste, il 20 dicembre 1957. In questa occasione Comello e Della Monica, nell’arrivare in città, furono protagonisti di un brutto incidente: la macchina sulla quale viaggiavano precipitò lungo una scarpata, a due dita dal Timavo, tanto che i due giovani furono ricoverati nell’ospedale del posto. Il Trebbo fu rinviato al 14 febbraio successivo e riportò, come sempre, un successo trionfale. Accanto a questi Trebbi gloriosi anche il semplice e commovente ricordo di un Trebbo tenuto a Casal Borsetti nel gennaio del ’57: “Una manciata di case, principalmente pescatori” racconta Della Monica a Zavoli nella già citata intervista radiofonica, “persone semplici, impreparate ad un evento del genere…era accorso tutto il paese, fu emozionante vedere come la gente si incantasse davanti ad uno spettacolo di quella specie…fu un momento toccante e divertente”. Di questo Trebbo resta anche la testimonianza, quanto mai genuina e significativa, di un alunno delle scuole elementari di Casal Borsetti che in un tema ad esso dedicato scrisse: “ I due appassionati, Toni Comello e Walter Della Monica, non credo siano venuti qui in campagna per darsi delle arie, ma per far meglio conoscere a questo povero paese le bellezza della poesia…” .

Ciò che stupisce ancor di più nella storia che stiamo raccontando è che in tutto questo non ci fu mai una critica ostile o una recensione giornalistica completamente negativa. Basta infatti sfogliare uno dei molti quotidiani o periodici dell’epoca per vedere come il fenomeno fosse sempre seguito con particolare interesse, polarizzando attorno a sé l’attenzione del mondo della cultura. La fama del Trebbo divenne così popolare che ricevettero persino una singolare proposta di collaborazione: Michelangelo Antonioni, informato della peculiare iniziativa dal vecchio amico del Trebbo Sergio Zavoli, fu a tal punto impressionato dal racconto che pensò di far partecipare ad alcune sequenze de “L’avventura” – il film che si apprestava a girare a Panarea – proprio gli originali protagonisti del Trebbo. Con una lettera in data 20 agosto 1959 il regista invitò Comello e Della Monica a raggiungere in Sicilia la sua troupe che si apprestava a dare il primo colpo di manovella al film. Ma i due ragazzi, assorbiti dai numerosi impegni, non poterono rispondere alla proposta .

Nel frattempo aveva preso il via, sempre nel ’59, un’altra interessante iniziativa: il “Concorso nazionale di recitazione” per attori e dicitori non professionisti, con sede a Ravenna. Fu l’ultima avventura del Trebbo Poetico destinato l’anno successivo a vedere la fine del sodalizio tra Comello e Della Monica. L’ultimo Trebbo si tenne infatti il 18 giugno 1960 a Ravenna, in occasione del II “Concorso nazionale di recitazione” per giovani attori e dicitori. I due amici, ormai famosi in tutta Italia, si lasciarono proprio all’apice del loro successo e della loro notorietà; da quel momento il Trebbo Poetico divenne semplicemente il Trebbo, e Comello continuò un discorso artistico che comunque non raggiunse mai i fasti e la notorietà degli esordi.

Il Trebbo Poetico fu un vero miracolo. I due giovani innamorati di poesia sono entrati per sempre nel costume italiano del Novecento, segnandolo con la loro straordinaria operazione culturale. Toni Comello e Walter Della Monica, attraverso il canale preferenziale dell’emozione, seppero superare gli ostacoli di un’epoca in cui le ferite della guerra erano ancora aperte; ruppero i diaframmi che ancora esistevano tra una generazione e l’altra. I loro trebbi, per riprendere le parole di Massimo Grillandi, furono una garbata ed appassionata contestazione all’accademismo, ad ogni paludamento esteriore, fecero amare la poesia al di là dei banchi di scuola, incisero nel costume e nel gusto. Chi ha avuto la fortuna di assistervi, non è stato più quello di prima. Ha avuto e dato un’impronta. Ha partecipato per sempre ad un fatto culturale ormai storico. Questa fu la vera magia. Questo fu il Trebbo Poetico.

1)- Tra i suoi avi l’“arzdora” Monica Lugaresi, classe 1819, mise il bollo alla casata. Nacque Mingò (Domenico) dla Monica; da Mingò, Cilio (Icilio) dla Monica; da Cilio, Rigo (Arrigo) dla Monica, padre del nostro, autobattezzatosi in nome della minuta ma pulsante araldica del cuore. Alla fine del giro, per rinnovare le credenziali dinastiche Walter ha chiamato Monica l’unigenita. Cfr. in proposito, E. CAVALLI, Walter Della Monica in Dei paesi tuoi. L’Emilia-Romagna in 32 ritratti-interviste, Rimini, Maggioli Editore, 1984, p. 451.
2)- Cfr. G. SGARDI, Gli ultimi aedi della poesia italiana (1956-1960), Tesi di laurea, Università degli Studi di Macerata, Facoltà di Lettere e Filosofia, 1987/88, pp. 21-23.

AGOSTO 2022

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