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Da
quel primo trebbo del 1956 sono trascorsi ormai cinquant’anni.
Cinquant’anni durante i quali Walter Della Monica non si
è fermato a questa incredibile iniziativa giovanile, ma
ha continuato un percorso culturale che, in costante evoluzione,
è giunto sino ad oggi.
 L’impegno
nella diffusione della cultura letteraria rimarrà infatti
una costante in Della Monica il quale, anche grazie all’esperienza
del Trebbo, ha avuto modo di portare avanti negli anni questa
sua passione. Come egli stesso afferma, il Trebbo Poetico è
stato una fucina di idee per le successive attività culturali,
permettendogli di collaudarsi come organizzatore e dandogli l’opportunità
di conoscere autori e personaggi importanti del panorama italiano.
La volontà in fondo è la medesima: cercare di avvicinare
la cultura al grande pubblico, fare opera di divulgazione nel
senso più ampio del termine, di condivisione del sapere.
Dopo la fine del sodalizio con Comello, Della Monica continuò
la sua attività professionale di operatore turistico, divenendo
numero uno di una catena di villaggi-vacanze sparsi nell’Adriatico
e in altre parti d’Italia . L’esperienza certamente
dovette rivelarsi preziosa anche per le sue successive “operazioni”
culturali: accanto all’amore e alla passione letteraria
che da sempre lo contraddistinguono, è infatti uno spiccato
senso dell’organizzazione a renderlo ideatore e “regista”
di alcune tra le più importanti iniziative legate alla
letteratura e al giornalismo che tuttora si svolgono a Ravenna.
A Della Monica si deve l’idea del “Premio Guidarello”,
nato nel 1972, inizialmente come strumento di promozione turistica
per lanciare la formula delle “vacanze-famiglia”,
creata da lui stesso, poi trasformatosi negli anni in prestigioso
premio giornalistico culturale sui vari aspetti della vita sociale
italiana e della Romagna.
Nel 1974, ancora in attività turistica, promosse, insieme
all’amico libraio Mario Lapucci, i primi “incontri
letterari” del Centro Relazioni Culturali, come lui stesso
battezzerà, che in principio si avvalsero della sua organizzazione
turistica e che vedono oggi il coinvolgimento del Comune di Ravenna.
A partire dal 1984, infatti, cessata l’attività turistica,
Della Monica si dedica a tempo pieno alle iniziative del Centro,
promuovendo e organizzando “incontri letterari” che
ogni anno, da metà settembre ai primi di giugno, vedono
convenire a Ravenna una cinquantina di relatori tra autori di
saggistica varia: storici, critici letterari e d’arte, giornalisti,
scienziati, poeti e narratori ecc .
Oltre alla sua attività di promozione e d’informazione
letteraria vanno inoltre ricordate le sue collaborazioni con l’importante
settimanale culturale “La Fiera Letteraria”, con “Il
Resto del Carlino” locale e nazionale, e con altri quotidiani
e periodici. Nel 1981 ha pubblicato il libro-inchiesta “I
dialetti e l’Italia”; tra il 1986 e il 1988 ha curato,
in collaborazione con Claudio Marabini, l’opera in tre volumi
“Romagna, vicende e protagonisti”; nel 1991 ha raccolto
i lavori dei primi vent’anni del “Premio Guidarello”,
con il titolo “Dai nostri inviati in Romagna”; e ancora,
ha curato in vari volumi gli scritti di alcuni tra i più
significativi autori romagnoli del secondo Novecento, quali Francesco
Serantini, Dante Arfelli e Francesco Fuschini .
 A
Walter Della Monica si deve inoltre l’idea delle “rivisitazioni
storiche” sotto forma di processo, iniziate nel 1990 con
Teodorico, poi continuate nel 1991 con la Setta degli Accoltellatori,
Paolo e Francesca da Rimini nel 1992, ed infine il processo al
Passatore nel 1993.
Nel frattempo i ricordi del Trebbo erano ancora vivi, così
una lettura di poesia venne promossa proprio in occasione del
processo a Paolo e Francesca, con il V canto dell’Inferno
dantesco, fatta da Vittorio Sermonti, oggi maggior divulgatore
dell’opus magnum dell’Alighieri.
A questa iniziativa seguì, nel 1993, la lettura commentata
dell’ultimo canto del Paradiso nella Basilica di S. Francesco
a Ravenna, accanto alla Tomba di Dante. Il risconto ottenuto indusse
Della Monica a farsi promotore di un altro importante progetto:
la lettura integrale della Divina Commedia, eseguita sempre da
Vittorio Sermonti nella Basilica di S. Francesco. Tre cantiche
in tre stagioni successive che ottennero ancora una volta un successo
straordinario .
Conclusa questa iniziativa Della Monica non si ferma e nel 1998
fa partire “La Divina Commedia nel mondo”, nell’ambito
del “Settembre dantesco”, con la partecipazione di
traduttori esperti e lettori dei vari paesi. Verranno presentate
quest’anno le versioni malayalam dell’India, slovena
ed ebraica. Va inoltre ricordata la sua collaborazione per la
traduzione e pubblicazione in Persia dei maggiori poeti italiani
del Novecento: Ungaretti, Montale, Quasimodo, Cardarelli, più
un’antologia di vari altri poeti.
E ancora, sempre al suo impulso e alla sue capacità organizzative
si deve la serata che, ormai da nove anni a Marina di Ravenna,
viene dedicata ad un poeta italiano dei più significativi,
nell’ambito della rassegna “Un poeta da ricordare”:
quest’anno, in occasione del trentesimo anniversario della
sua morte, sarà la volta di Alfonso Gatto.
Il tempo trascorso da quel lontano ’56, dunque, non ha scalfito
lo stretto rapporto di Walter Della Monica con la letteratura
e la poesia in particolare: possiamo ben comprendere, infatti,
da quanto appena riportato, il valore e la continuità delle
iniziative delle quali si è fatto promotore nel corso di
questi anni. Speriamo che nulla sia stato tralasciato, ma in ogni
modo tanto basta per capire come la sua sia una vita costantemente
dedita alla cultura e alla sua divulgazione. Una vita caratterizzata
da un amore e una passione letteraria innati, da prima del Trebbo
e ben oltre la fine. Quella stessa passione letteraria che, attraverso
la sua attività culturale, ha dato un’impronta, contribuendo
alla crescita e alla formazione intellettuale della propria città
e di coloro che ne sono stati partecipi. |
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| Note
1) - Cfr. G. LUGARESI, Dai “processi”…a Sermonti,
dal Guidarello a…, in “Speciale Ravenna Cultura”,
1995-96, p. 45, in Carteggio del Trebbo Poetico, cit.
2)- Ibidem.
3) - Cfr., A. GRAZIANI, Walter Della Monica, il piacere della
cultura, in “Ravenna in Magazine”, n. 4, 2005, p.
12.
4) - Cfr., G. LUGARESI, Dai “processi”…a Sermonti,
dal Guidarello a…, in Speciale Ravenna Cultura, 1995- 96,
p. 46, in Carteggio Trebbo Poetico, cit. |
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LA
PIAZZA INTERVISTA WALTER DELLA MONICA CHE DA OLTRE TRENT’ANNI
GUIDA IL CENTRO RELAZIONI CULTURALI DI CASA MELANDRI
Dall’esperienza straordinaria dei Trebbi Poetici alla vivacissima
attività del Centro Relazioni culturali, dal Premio Guidarello
a “La Divina Commedia nel mondo”
di Elisa Bianchini |
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Sono
passati cinquant’anni dall’invenzione di quello che
il poeta Giorgio Caproni ha definito “il più straordinario
anacronismo del secolo”: il Trebbo Poetico. Entrato di buon
diritto nel linguaggio comune grazie a numerosi dizionari ed enciclopedie,
il Trebbo ricorda una stagione della cultura italiana estremamente
vivace. Dal Dizionario Enciclopedico Treccani: “Trebbo:
voce romagnola italianizzata (trébb) che significa riunione
di amici, incontro, veglia. Nel 1942 la parola fu utilizzata per
intitolare una rivista (Il Trebbo: lettere, arti della Romagna);
nel 1956 Toni Comello e Walter Della Monica iniziarono dei trebbi
poetici, organizzati in una piazza o in una grande sala: letture
espressive miranti a rinnovare il gusto del pubblico per la poesia
(italiana) antica e moderna”. Molti protagonisti della scena
culturale italiana hanno riconosciuto il valore enorme di questa
iniziativa. Come il poeta Giuseppe Ungaretti, uno dei ‘padri’
di questa avventura: “Sento che il Trebbo farà miracoli
per riportare gli uomini a non essere più tanto distratti
dalla loro voce più profonda. Quel Trebbo che per l’irruenza
del cuore di Comello e per la rara sensibilità di Della
Monica, fa risuonare nelle piazze d’Italia, e torna a renderla
familiare, la voce di mille anni di tradizione poetica italiana.
Chi ha assistito ai Trebbi ha visto gli occhi del popolo farsi
luminosi, occhi di innamorati. Sono anni che non si sentiva parlare
di tanto fervore per la poesia”. Anche Salvatore Quasimodo
prese parte ad alcuni Trebbi, e così ne ha parlato: “Il
Trebbo poetico è una raffinatissima riunione popolare,
dove Toni Comello e Walter Della Monica continuano la tradizione
del canto della poesia sulle piazze. Ho assistito ad alcuni di
questi Trebbi, veri Consigli del Popolo”.
Ne fu intraprendente promotore, insieme all’amico Toni Comello,
Walter Della Monica, straordinario personaggio della vita culturale
ravennate. Una personalità schiva, lontana da qualsiasi
forma di chiassoso e prepotente presenzialismo, che da cinquant’anni
promuove instancabilmente la divulgazione culturale a Ravenna,
con echi in Italia e all’estero.
Abbiamo incontrato Walter Della Monica, presso il Centro Relazioni
Culturali di Casa Melandri, di cui è responsabile e che
guida da oltre trent’anni, per parlare dell’esperienza
straordinaria dei Trebbi Poetici e della vivacissima attività
che da allora lo ha contraddistinto.
Che cos’erano i Trebbi
Poetici?
“E’ stato un importante esperimento di divulgazione
culturale e sociale, di cui conservo ancora ricordi vivissimi.
Il Trebbo coinvolgeva piccoli paesi, come Casal Borsetti, per
esempio, che allora era un povero paese di pescatori, o Tricarico,
in Lucania, così come le università, italiane e
straniere, i teatri come l’Eliseo di Roma, i lettorati di
italiano all’estero…In fondo eravamo solo due ragazzi,
due giovani che proponevano la poesia in questa maniera; ma oggi
devo riconoscere, a tanti anni di distanza e senza ombra di vanteria,
che certamente fu una grossa idea, che ancora oggi può
coinvolgere un gran numero di persone”.
Che cos’era, a suo parere,
che rendeva i Trebbi così coinvolgenti?
“Dipende, evidentemente, anche da chi dice le poesie: allora
avevamo un vero mattatore, Toni Comello, indiscutibilmente un
grande interprete di poesia, colto, molto bravo…conosceva
la poesia italiana del Novecento come credo che in Italia non
ci fosse nessun altro. Però devo constatare che anche oggi,
pur non avendo dei calibri di quella posta, funziona ancora. Lo
vediamo ogni anno a Marina di Ravenna, con la rassegna “Un
poeta da ricordare”: un salone con quattrocento posti a
sedere si riempie, proponendo – oltre ai grandi nomi come
Ungaretti o Montale – anche autori meno noti come Alfonso
Gatto o Giorgio Caproni. Se avessi un po’ di tempo, da aggiungere
a quel poco che ho, proporrei di fare questa iniziativa una volta
al mese: fare un’antologia, partendo magari da San Francesco
col “Cantico delle Creature” e venendo avanti…sono
sicuro che otterrebbe un grande successo.
Quindi è la formula, secondo me, che funziona. C’è
modo e modo di dire poesie: sento tante letture, ma manca sempre
un qualcosa che riesca a coinvolgere sentimentalmente ed emozionalmente
le persone: bisogna creare la emozioni.
Quando noi partimmo da Cervia, in questa sala dell’asilo,
aprimmo con “Romagna” di Pascoli; e la gente aspettava,
era in attesa. Questa fu la formula, e funzionava dappertutto.
Si può dire: vai in un paesino e incanti le persone come
un pifferaio; ma all’Università di Catania, o all’Istituto
Italiano di Cultura in Germania, o ai lettorati di italiano c’erano
studiosi, professori, studenti…
E poi la particolarità, quello che dava attenzione e prestigio
alla cosa, era l’adesione dei grandi poeti: Ungaretti, Quasimodo,
Caproni…venivano con noi, quando potevano; assistevano ai
Trebbi ed erano acclamati come divi”.
Ci racconta qualche episodio
particolare legato ai Trebbi?
“C’è una foto di Ungaretti, dopo che presentammo
una poesia che si chiama “Gridasti soffoco”, una poesia
straziante scritta in memoria del figlio morto a nove anni: lui
è in piedi mentre esce dalla sala, sconvolto, letteralmente
con il viso completamente sconvolto, e la gente era senza fiato,
per l’emozione, per l’angoscia.
Poi mi viene in mente anche Pasolini, visto che avremo il mese
prossimo la presentazione di un Ritratto di Pasolini: andammo
a Valdagno e ci aspettavamo qualche punzecchiatura polemica, perché
allora lui era un personaggio scomodo…e invece, detta la
poesia, nessuno azzardò di dire niente: non c’entrava
più niente. Questo è un episodio.
Oppure Giorgio Caproni, che si tirava indietro: “ma chi
vuoi che venga a sentire Caproni?”…Invece la sala
era piena e alla fine quest’uomo fu osannato, come un divo
del cinema. Succedevano queste cose qui.
Poi, per esempio, andando nel Benelux, mi ricordo che incontrammo
i nostri minatori, che erano là a lavorare: cosa vuoi che
sapessero di poesia…Però, siccome eravamo patrocinati
dalla “Dante Alighieri” facemmo una puntata anche
presso il loro Cral. Erano poveri diavoli, relegati in baracche
fuori dalle città, come gli immigrati qui da noi adesso.
Ma il fatto di comunicare, di portare a loro queste cose, di dire
per loro queste poesie fu per loro una vera festa. Lasciò
un ricordo molto bello in questi giovani, in queste persone così
lontane dalla famiglia, lontane da tutto…alcuni hanno continuato
a scrivermi per anni.
E poi, e poi…i ricordi sono enormi!
Per esempio, Quasimodo. Venne operato a Mosca e andò a
fare la convalescenza a Gardone Riviera. Il paese voleva festeggiarlo
e voleva chiamare i grandi nomi: Gassman, Foà…Invece
Quasimodo fece il nostro nome, ci fece contattare e facemmo il
Trebbo per Quasimodo, davanti a tutta Gardone.
Giorgio Caproni ha scritto, a proposito dei Trebbi, che avevamo
inventato “il più straordinario anacronismo del secolo”.
Ed è vero! Ed è una cosa nata così, dalla
passione di questi due ragazzi…e dall’intuizione che
il pubblico potesse intrattenersi sentendo della poesia”.
Ma come è nata veramente
l’idea del Trebbo Poetico?
“In un camping. Io ero direttore di un camping a Milano
Marittima e capitò questo giovane di Milano, Toni Comello.
Erano gli anni ’50 e non c’erano tutti i divertimenti
che ci sono ora: la prima volta che venne giù era il 1953
e a Milano Marittima non c’era proprio niente. Allora la
sera ci si intratteneva parlando, chiacchierando, dicendo barzellette
eccetera. Una sera si cominciò a buttare lì qualche
verso, a memoria, reminiscenze scolastiche…e poi a un certo
punto c’è questo giovane di Milano e dice anche lui
la sua. E entusiasmò tutti noi. Allora decidemmo di ritrovarci
la sera successiva, e poi ancora, e per varie sere ci siamo trovati
in quella maniera, per dire poesie. Naturalmente lasciando quasi
sempre il banco a questo qua: sapeva tutte le poesie a memoria,
era bravissimo. E poi l’estate finisce, lui torna a Milano,
il camping chiude. L’anno successivo, il 1954, leggendo
la rivista Epoca vedo una rubrica che si chiama “Italia
domanda” e c’è una domanda su come interpretare
la poesia. Sfoglio il giornale e vedo la foto di questo ragazzo,
quello del camping, e le risposte di Ungaretti e di vari poeti
su questo quesito. Allora mi metto in contatto con lui, per complimentarmi
e invitarlo a tornare. Nel ’55 torna a Milano Marittima
e decidiamo di fare una serata per tutti i campeggiatori, italiani
e stranieri (un pubblico enorme, il camping era grandissimo),
invitando anche il Sindaco di Cervia Pilandri e qualche altro
notabile. Facemmo questo recital di poesie e fu un grande successo”.
Ma la formula era già
quella definitiva del Trebbo?
“Sì, già da allora la chiave era il commento.
Perché ci dicemmo: andiamo a dire il “Lamento per
Ignacio Sanchez Mejias” di Garcìa Lorca…bisognerà
poi spiegare chi era questo torero, perché Garcìa
Lorca ha scritto quella poesia, anticipare gli argomenti della
poesia…
A chiusura di questa serata, il Sindaco ci propose di rifare la
serata anche a Cervia, per i cervesi, l’inverno successivo.
Alla fine della stagione ci mettemmo in contatto e decidemmo data
e luogo: il 7 gennaio 1956 all’asilo di Cervia (l’unica
sala che c’era). D’accordo con Comello decidemmo di
provare e andammo in questa sala, pienissima. Il riscaldamento
non c’era, c’era solo una stufa che faceva un gran
fumo: un freddo da morire, però l’atmosfera si scaldò
con la poesia: nessuno aveva più freddo. Iniziammo con
“Romagna” di Pascoli, e decidemmo di dare a questa
iniziativa il nome di ‘Trebbo’ perché volevamo
esprimere la popolarità della cosa, il fatto che non fosse
riservata a un’élite. Era una cosa molto semplice,
io che commentavo ero seduto in mezzo alla gente: non avevamo
niente da insegnare, ma piuttosto da condividere. Era proprio
una condivisione: piace a noi e pensiamo di trasmettere a voi
lo stesso piacere nostro. Tutto lì”.
Vittorio Gassman ha detto dei Trebbi che erano un atto non solo
di amore per la poesia, ma di fiducia nel pubblico, che troppo
spesso si sottovaluta e si svaluta: il pubblico dei poeti, come
quello del teatro e di ogni arte.” Voi avete dato fiducia
a questo pubblico, alla sua sensibilità: è stato
sempre così?
“Non ci sono mai stati dissensi, e non lo dico per fare
onore a noi stessi. Abbiamo registrato, fino al 1960, circa 160
Trebbi ed è sempre stata una cosa molto accettata. E un’altra
cosa che mi piace sottolineare è che la cosa, secondo me,
poteva partire solo dalla Romagna. L’entusiasmo e la partecipazione
dei romagnoli hanno dato il propellente. Perché io mi chiedo:
come mai non è successo prima? Comello era lo stesso, io
anche, ma perché uno dei due non è riuscito?”.
E questo per quale motivo, secondo
lei?
“Non lo so. Noi abbiamo un testimone diretto qui a Ravenna,
Valter Fabbri, che è stato anche assessore alla cultura.
Lui seguiva il trebbo con la bicicletta: dove andavamo, lui e
qualche amico ci seguivano in bicicletta. Io penso che la Romagna
sia stata la spinta, e guardando l’itinerario dei Trebbi,
si vede che abbiamo fatto prima tutta la Romagna e poi di lì
ha spiccato il volo. E poi c’era l’entusiasmo dei
poeti che ci seguivano e che hanno diffuso in tutta Italia la
notizia del Trebbo. E’ stato un momento esaltante, che ha
lasciato il segno. In fondo, abbiamo operato per cinque anni,
ma sono stati cinque anni formidabili”.
E come mai è finita?
“Forse era esaurita anche la carica. Io ho lasciato perché
avevo famiglia: non potevo essere sempre in giro, come un nomade…ed
è finita così. Comello ha continuato, perché
era un attore. Ma non era più come prima. Però quei
cinque anni rimangono nella storia, anche per tutte le persone
conosciute: un’esperienza meravigliosa, specialmente per
un giovane come ero io. Ricordo quando facemmo il Trebbo a Trieste
per la morte di Umberto Saba, invitati dalla “Dante Alighieri”.
Tutta la cultura italiana, la politica, dal Presidente della Repubblica
al Presidente del Consiglio…tutti mandarono messaggi per
questa cosa (la documentazione è tutta conservata presso
l’Università di Pavia). Ma andando a Trieste avemmo
un incidente stradale enorme: andammo giù in una scarpata,
la macchina si impantanò sulle rive del Timavo e fu la
nostra fortuna, se non saremmo finiti nel fiume. E questo Trebbo
formidabile, grandioso, non si poté fare. Lo riprendemmo
due o tre mesi dopo, quando fummo guariti…fu indubbiamente
molto sentito, molto partecipato, ma non fu come la prima volta.
Era significativo che le massime personalità politiche
e culturali del Paese partecipassero a questa cosa col Trebbo:
in fondo non eravamo grossi nomi del teatro, ma solo due ragazzi…”.
E quell’esperienza è rimasta indelebile nella sua
attività negli anni seguenti…
“Sì: quell’esperienza fatta da giovane ha valso
tutto il dopo: perché adesso io faccio queste cose, mentre
potrei tranquillamente starmene a casa? Ma c’è questo
bisogno di trasmettere agli altri quello che ho recepito, ciò
che ho conosciuto prima degli altri…un bisogno spirituale”.
…come per esempio “La
Divina Commedia nel mondo”…
“Noi siamo stati i primi in Italia a proporre tutta la Divina
Commedia raccontata e letta con Vittorio Sermonti. Adesso Dante
è dappertutto…però la soddisfazione è
quella di essere stati degli anticipatori: Ravenna ha anticipato
un fenomeno che ora è ovunque. E poi c’è “La
Divina Commedia nel mondo”: ma quando mai, dopo sette secoli,
si è vista una rassegna di – finora – ventisette
lingue presentate? Ventisette versioni della Divina Commedia…e
poi ce ne sono almeno il doppio, il triplo: la difficoltà
è nella scelta. Non è mai successo al mondo!”.
Qualche anticipazione sulla
prossima edizione?
“Ma…quest’anno sto pensando – ma non è
facile, perché bisogna trovare gli interlocutori giusti,
gli esperti, che poi a loro volta ti fanno la traccia per arrivare
al traduttore –al bulgaro, all’irlandese (mi piacerebbe
tantissimo) e all’indonesiano. E poi ci sono ancora le lingue
scandinave, la Svezia che non abbiamo mai fatto, poi il Medio
Oriente, l’Asia…”.
E anche qui la risposta del pubblico non si fa attendere.
“Non è il pubblico che frequentava, per esempio,
Sermonti: è un pubblico più ‘selezionato’,
che ha delle curiosità più spiccate. Le informazioni
generali si possono trovare anche nell’Enciclopedia Dantesca,
ma sentire queste letture – anche se non capisci niente
è lo stesso! – sentire come dicono Dante in un’altra
lingua. A me pare bello. Ed è bello che un traduttore dica
Dante nella sua lingua. E poi ci sono traduzioni nuove di anno
in anno, nuovi studi, interessi nuovi.
Sicuramente Dante è il poeta più universale, un
simbolo dell’Italia…forse l’unico simbolo che
ci è rimasto. E’ per questo che Dante dovrebbe essere
il nono monumento ravennate tutelato dall’Unesco: non tanto
la tomba, ma Dante in quanto simbolo. Avere Dante è un
patrimonio enorme: essere i custodi della tomba di Dante e delle
sue spoglie è un punto d’onore”.
E poi c’è l’attività
del Centro Relazioni Culturali.
“Anche questa è un’esperienza venuta dal Trebbo.
Questi cinquanta incontri annuali, con una enorme varietà
di argomenti. Lì mi diverto davvero: sono migliaia i titoli
che escono ogni anno, e tra quelli bisogna selezionarne cinquanta.
E allora lì ti diverti a scegliere. E poi c’è
la partecipazione del pubblico, che è ciò che dà
la spinta. Nel tempo abbiamo notato la crescita culturale del
pubblico e oggi a Ravenna – non solo per merito nostro –
si fanno tantissime cose culturalmente valide…e quando hai
concorso a creare questo interesse nel tempo è molto bello,
gratificante. Se c’è una soddisfazione in tutto questo
è quella di avere contribuito a fare di Ravenna una città
che, nel resto d’Italia, è considerata una delle
città culturalmente più vivaci”.
Infine, il Premio Guidarello…
“La situazione è molto chiara: abbiamo concepito
il Premio Guidarello tanti anni fa, adesso è cresciuto.
Noi abbiamo ceduto la titolarità del Guidarello cinque
anni fa, dopo il trentennale, perché per dare continuità
al premio era necessario soddisfare l’aspetto economico.
Quindi occorreva appoggiarsi ad un’organizzazione che avesse
i mezzi e la voglia di investirli: l’Associazione degli
Industriali, con i quali già si collaborava, acconsentì
a questo passaggio di titolarità. Ora ci sono state queste
polemiche…ma a un certo punto, se il Premio acquista maggiore
consistenza, maggiore notorietà, è un bene e io
ho piacere. L’idea è nata da noi, l’abbiamo
portata avanti per trent’anni, con tutte le difficoltà…se
a un certo punto il Guidarello può diventare un premio
veramente competitivo a livello nazionale…magari! Mi fa
solo piacere! E’ un riconoscimento al Premio Guidarello:
se non ci fosse stato questo passaggio, che sono stato io a volere,
nel 2001 il Guidarello sarebbe sparito”.
http://www.ravenna2000.it |
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