Un poeta da ricordare
 

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Programmati 50 incontri annuali, ciascun venerdi da settembre a giugno, e gli speciali martedi mese. Sala D'Attorre di Casa Melandri.

Ingresso libero.

 
 
   
 
 
 
L’attesa, l’assenza, il silenzio
(Nota sulla poesia di Vittorio Sereni)

Frontiera (1941), Diario d’Algeria (1947), Gli strumenti umani (1965), Stella variabile (1981). Quattro libri di poesie nell’arco di quarant’anni: “Scrivo poco, pochissimo. - dichiarò in un’ intervista - Lo scrivere è per me lo sbocco di un ritmo interno che ha una maturazione lenta. [...] Trascrivo da ciò che ho visto, sentito e sperimentato, dopo aver lasciato passare un periodo di tempo”. E quel verbo trascrivere fa di lui una specie di mezzo che unisce la variabilità del reale (il variabile dell’ultima raccolta) che diventa scrittura attraverso la poesia.
Del clima ermetico Sereni assorbì la visione di quella verità e della purezza della poesia rivelatrice, pur restando, a livello della scrittura, in un’atmosfera crepuscolare (si ricordi la tesi di laurea su Gozzano) che gli permetteva di collocarsi tra sentimento e valore delle presenze, tra decoro dell’espressione e compiutezza della forma, tra sapienti accordi e poetica degli oggetti, con sensibilità e gusto, muovendosi dal solipsismo ermetico a quel suo realismo tutto personale. L’illuminista Sereni privo di incantamenti coglie criticamente le inquietudini delle cose e del loro essere care intorno a noi. La memoria non è più l’ungarettiana “terra promessa”, ma lo spazio esistenziale, con le figurazioni-proiezioni di morti che rilevano l’analoga condizione di morte del poeta, tra orrore del presente e sogno di un mondo migliore. Vale a dire il bisogno vitale di scrivere per fare i conti con ciò che ci circonda (come annotava leggendo Seferis).
Nel primo libro Frontiera, Sereni dava l’impressione di presentarci una spazio sconfinato che in verità, con occasioni e date, momenti e ricordi, stagioni e memorie, era geograficamente localizzato e dove i colori della natura e la calma interiore preludevano già ad un senso di pace e di mortale silenzio. Una strana presenza d’acqua caratterizzava un paesaggio che sembrava mobile, con la sensazione di una liquida sonorità. La poesia di Sereni si esprimeva con la sua diafana luminosità, col suo cromatismo, con la disperata ricerca al di là del vetro, che all’interno celava la condizione di randagio del poeta con una sorta di montaliana meraviglia (Montale: sua fonte-modello) nel constatare che tutta la vita (e il suo “travaglio”) era proprio lungo quel muro della sua terra, in un muto stare, un negativo altro da sé.
Dietro la memoria apparivano le allegorie del vento, della nebbia, delle ombre che davano un senso di un indistinto andare, di un Ulisse in cerca di un porto, nella petrarchesca-foscoliana speranza di quiete, ma altresì porta aperta ai sogni. Occasioni di poesia, dunque, dove il monologo-dialogo di quella vita-esistenza con la morte si svolgeva attraverso il labirinto di un viaggio per ritrovare se stesso. Ma la frontiera iniziale degli esordi poetici (e finale) di Sereni, era la sua natale Luino, quel Lago Maggiore (il correlativo oggettivo), il suo confine (la Svizzera, l’altro Lago di Lugano) dove il suo muoversi tra corsi d’acque e città-giardino era significazione del fluire, dell’impalpabilità di una presenza di vita tra desolazione eliotiana e aridità ungarettiana. Quell’acqua-frontiera, elemento biologico e simbologia del viaggio-ritorno, separazione e desiderio, oscura paura, limen da attraversare. Ed oltre incontrare, magari, Proserpina, mitologica potenza tenebrosa dell’Inferno, regina dell’eterno pianto, misteriosa ombra dell’Averno, ed oltre c’era il lago (una parola e un ambiente), con le sue barche, i “rivi”, in una metamorfosi-personificazione dell’esistenza (tutto il suo mondo, cioè) che scompariva attraverso l’acqua: metafora dantesca dell’Ulisse perduto.
Uno status di morte-vita che, coi suoi significati di fuga e di lontananza, di dimenticanza e di sfacelo, stava alla base di Diario d’Algeria, ovvero il libro della guerra e della prigionia, una sorta di sospensione-Limbo, tra dimenticanza e oblio, che solo la memoria riesce a riagganciare alla storia. Lo squallore del reale si accentuava con Gli strumenti umani, la raccolta dove la realtà post-bellica, il neocapitalismo che poi avrebbe trionfato, il forzato consumismo - quasi surrogato psicologico della dimenticanza - apparivano categorie estranee, diverse dalle sue esperienze personali. Allora diventava complicato e contraddittorio per Sereni testimoniare attraverso la poesia (che è incapace di esprimere questo sentimento di alienazione e di disgusto) la sua ferita, il diverso rapporto fatto di amarezze e dubbi, tra coscienza e rimpianto, difficoltà e angosce, tra insoddisfazione e lacerazione (come tante volte ebbe a dire): quasi ci fosse un’altra esistenza parallela. Solo in forma di sogno, nelle visioni fantastiche e irreali (il dramma della presenza-assenza), il poeta cercava il proprio riflesso vissuto, e l’antico “idillio” di Luino stava diventando una magmatica condizione di prosaica vita la quale aveva bisogno di quella ripetitività-iterazione, che era poi la certezza del suo stesso esistere, del continuo interrogarsi. Suo e nostro.
D’altronde quel futuro (“parleranno”) dell’ultima poesia de Gli strumenti umani (intitolata evocativamente La spiaggia) dava il senso di quel variabile che da lì a qualche anno sarebbe seguito col suo valore allusivo affinché ognuno cercasse nella poesia il suo senso. Infatti la raccolta Stella variabile, due anni prima della morte del poeta, consegnava il messaggio (antico?) di quel “tempo interiore” che non corrispondeva, o meglio non aveva mai corrisposto, al “tempo reale”, la falsa consistenza delle cose, il disagio, l’inestricabile, il marcio, l’ambiguità: Sereni non amava il suo tempo.
“Gran parte delle stelle - diceva il passo dell’astronomia da cui lo scrittore aveva preso il titolo - non hanno splendore costante, ma variabile periodicamente; cioè non conservavano sempre la stessa grandezza visuale apparente, ma in un periodo più o meno lungo e più o meno regolare, che va da qualche giorno a oltre un anno, la loro grandezza assume successivamente valor diversi: tali stelle sono dette variabili”. Le “spie” linguistiche disseminate in quella raccolta (vuoto, ombre, notte, sonno, silenzio, angelo nero, noia...) costituivano, accentuandoli, i segnali di morte e con essi l’uomo Sereni, tra disorientamento e premonizione, sentiva sempre più il pericolo che minacciava il suo viaggio ormai spaesato e che si avvertiva in quella constatazione di “indifferenza generale” di cui mi scriveva in una lettera da Segrate nel maggio del 1978, vale a dire l’ossimoro buio-luce, la morte appunto: quel negativo.
Era la sognata ipotesi di una vita diversa, e proprio lì si dovevano cogliere gli indizi e le tracce umane che avrebbero rivelato il modo di Sereni di vivere la crisi. E circolarmente, così, anche in quest’ultima raccolta, ritornava (dopo il Lago) l’altra metafora dell’acqua (e della frontiera), del più profondo e illimitato mare delle partenze e degli arrivi (solcato di gabbiani), junghiano simbolo dell’inconscio che nasconde sotto i riflessi brillanti e cangianti della sua superficie profondità insospettabili: l’inconoscibile nel quale immergersi per sempre. L’ultimo viaggio di Sereni. Senza ritorno. Chi si muoverà su quella solitaria spiaggia, dove lo scrittore ha lasciato orme e segni, incontrerà la sua poesia.

Luigi Martellini