L’attesa,
l’assenza, il silenzio
(Nota sulla poesia di Vittorio Sereni)
Frontiera (1941), Diario d’Algeria
(1947), Gli strumenti umani (1965), Stella variabile (1981). Quattro
libri di poesie nell’arco di quarant’anni: “Scrivo
poco, pochissimo. - dichiarò in un’ intervista -
Lo scrivere è per me lo sbocco di un ritmo interno che
ha una maturazione lenta. [...] Trascrivo da ciò che ho
visto, sentito e sperimentato, dopo aver lasciato passare un periodo
di tempo”. E quel verbo trascrivere fa di lui una specie
di mezzo che unisce la variabilità del reale (il variabile
dell’ultima raccolta) che diventa scrittura attraverso la
poesia.
Del clima ermetico Sereni assorbì la visione di quella
verità e della purezza della poesia rivelatrice, pur restando,
a livello della scrittura, in un’atmosfera crepuscolare
(si ricordi la tesi di laurea su Gozzano) che gli permetteva di
collocarsi tra sentimento e valore delle presenze, tra decoro
dell’espressione e compiutezza della forma, tra sapienti
accordi e poetica degli oggetti, con sensibilità e gusto,
muovendosi dal solipsismo ermetico a quel suo realismo tutto personale.
L’illuminista Sereni privo di incantamenti coglie criticamente
le inquietudini delle cose e del loro essere care intorno a noi.
La memoria non è più l’ungarettiana “terra
promessa”, ma lo spazio esistenziale, con le figurazioni-proiezioni
di morti che rilevano l’analoga condizione di morte del
poeta, tra orrore del presente e sogno di un mondo migliore. Vale
a dire il bisogno vitale di scrivere per fare i conti con ciò
che ci circonda (come annotava leggendo Seferis).
Nel primo libro Frontiera, Sereni dava l’impressione di
presentarci una spazio sconfinato che in verità, con occasioni
e date, momenti e ricordi, stagioni e memorie, era geograficamente
localizzato e dove i colori della natura e la calma interiore
preludevano già ad un senso di pace e di mortale silenzio.
Una strana presenza d’acqua caratterizzava un paesaggio
che sembrava mobile, con la sensazione di una liquida sonorità.
La poesia di Sereni si esprimeva con la sua diafana luminosità,
col suo cromatismo, con la disperata ricerca al di là del
vetro, che all’interno celava la condizione di randagio
del poeta con una sorta di montaliana meraviglia (Montale: sua
fonte-modello) nel constatare che tutta la vita (e il suo “travaglio”)
era proprio lungo quel muro della sua terra, in un muto stare,
un negativo altro da sé.
Dietro la memoria apparivano le allegorie del vento, della nebbia,
delle ombre che davano un senso di un indistinto andare, di un
Ulisse in cerca di un porto, nella petrarchesca-foscoliana speranza
di quiete, ma altresì porta aperta ai sogni. Occasioni
di poesia, dunque, dove il monologo-dialogo di quella vita-esistenza
con la morte si svolgeva attraverso il labirinto di un viaggio
per ritrovare se stesso. Ma la frontiera iniziale degli esordi
poetici (e finale) di Sereni, era la sua natale Luino, quel Lago
Maggiore (il correlativo oggettivo), il suo confine (la Svizzera,
l’altro Lago di Lugano) dove il suo muoversi tra corsi d’acque
e città-giardino era significazione del fluire, dell’impalpabilità
di una presenza di vita tra desolazione eliotiana e aridità
ungarettiana. Quell’acqua-frontiera, elemento biologico
e simbologia del viaggio-ritorno, separazione e desiderio, oscura
paura, limen da attraversare. Ed oltre incontrare, magari, Proserpina,
mitologica potenza tenebrosa dell’Inferno, regina dell’eterno
pianto, misteriosa ombra dell’Averno, ed oltre c’era
il lago (una parola e un ambiente), con le sue barche, i “rivi”,
in una metamorfosi-personificazione dell’esistenza (tutto
il suo mondo, cioè) che scompariva attraverso l’acqua:
metafora dantesca dell’Ulisse perduto.
Uno status di morte-vita che, coi suoi significati di fuga e di
lontananza, di dimenticanza e di sfacelo, stava alla base di Diario
d’Algeria, ovvero il libro della guerra e della prigionia,
una sorta di sospensione-Limbo, tra dimenticanza e oblio, che
solo la memoria riesce a riagganciare alla storia. Lo squallore
del reale si accentuava con Gli strumenti umani, la raccolta dove
la realtà post-bellica, il neocapitalismo che poi avrebbe
trionfato, il forzato consumismo - quasi surrogato psicologico
della dimenticanza - apparivano categorie estranee, diverse dalle
sue esperienze personali. Allora diventava complicato e contraddittorio
per Sereni testimoniare attraverso la poesia (che è incapace
di esprimere questo sentimento di alienazione e di disgusto) la
sua ferita, il diverso rapporto fatto di amarezze e dubbi, tra
coscienza e rimpianto, difficoltà e angosce, tra insoddisfazione
e lacerazione (come tante volte ebbe a dire): quasi ci fosse un’altra
esistenza parallela. Solo in forma di sogno, nelle visioni fantastiche
e irreali (il dramma della presenza-assenza), il poeta cercava
il proprio riflesso vissuto, e l’antico “idillio”
di Luino stava diventando una magmatica condizione di prosaica
vita la quale aveva bisogno di quella ripetitività-iterazione,
che era poi la certezza del suo stesso esistere, del continuo
interrogarsi. Suo e nostro.
D’altronde quel futuro (“parleranno”) dell’ultima
poesia de Gli strumenti umani (intitolata evocativamente La spiaggia)
dava il senso di quel variabile che da lì a qualche anno
sarebbe seguito col suo valore allusivo affinché ognuno
cercasse nella poesia il suo senso. Infatti la raccolta Stella
variabile, due anni prima della morte del poeta, consegnava il
messaggio (antico?) di quel “tempo interiore” che
non corrispondeva, o meglio non aveva mai corrisposto, al “tempo
reale”, la falsa consistenza delle cose, il disagio, l’inestricabile,
il marcio, l’ambiguità: Sereni non amava il suo tempo.
“Gran parte delle stelle - diceva il passo dell’astronomia
da cui lo scrittore aveva preso il titolo - non hanno splendore
costante, ma variabile periodicamente; cioè non conservavano
sempre la stessa grandezza visuale apparente, ma in un periodo
più o meno lungo e più o meno regolare, che va da
qualche giorno a oltre un anno, la loro grandezza assume successivamente
valor diversi: tali stelle sono dette variabili”. Le “spie”
linguistiche disseminate in quella raccolta (vuoto, ombre, notte,
sonno, silenzio, angelo nero, noia...) costituivano, accentuandoli,
i segnali di morte e con essi l’uomo Sereni, tra disorientamento
e premonizione, sentiva sempre più il pericolo che minacciava
il suo viaggio ormai spaesato e che si avvertiva in quella constatazione
di “indifferenza generale” di cui mi scriveva in una
lettera da Segrate nel maggio del 1978, vale a dire l’ossimoro
buio-luce, la morte appunto: quel negativo.
Era la sognata ipotesi di una vita diversa, e proprio lì
si dovevano cogliere gli indizi e le tracce umane che avrebbero
rivelato il modo di Sereni di vivere la crisi. E circolarmente,
così, anche in quest’ultima raccolta, ritornava (dopo
il Lago) l’altra metafora dell’acqua (e della frontiera),
del più profondo e illimitato mare delle partenze e degli
arrivi (solcato di gabbiani), junghiano simbolo dell’inconscio
che nasconde sotto i riflessi brillanti e cangianti della sua
superficie profondità insospettabili: l’inconoscibile
nel quale immergersi per sempre. L’ultimo viaggio di Sereni.
Senza ritorno. Chi si muoverà su quella solitaria spiaggia,
dove lo scrittore ha lasciato orme e segni, incontrerà
la sua poesia.
Luigi Martellini
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