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Premessa
Da Omero
in poi, scriveva Alvaro Valentini nella sua raccolta di saggi
“Palinsesto montaliano e altre letture ”, i poeti
sono stati di volta in volta rapsodi, aedi, giullari, sacerdoti,
cortigiani, profeti, ribelli, pitocchi, cronisti bardi o titani.
Platone, che bandiva dalla sua repubblica i poeti, ne riconosceva
l’enorme forza suggestiva; Aristotele, che li riteneva capaci
di concepire il “verisimile” in universale, ne celebrava
la grandezza inconfondibile; Gian Battista Vico, che li elevava
al rango di creatori, li poneva al più alto livello spirituale.
Oggi si parla di una loro funzione, ma in termini vaghi: nell’opinione
corrente, infatti, il loro compito si è fatto sempre più
confuso e contraddittorio, alludendo più all’eccezionalità
dei risultati conseguiti da qualche esponente della categoria
che non alla necessità della loro presenza davanti ad un
pubblico generale. Utilizzando ancora parole di Alvaro Valentini
tratte dalla presentazione della tesi di laurea “Gli ultimi
aedi della poesia italiana” di Giovanni Sgardi, anche se
non c’è periodo della nostra storia letteraria che
non si sia posto il problema della comunicabilità artistica,
soprattutto nella nostra epoca accostarsi alla poesia è
diventato sinonimo di impresa improbabile, riservata ad una elite
di addetti ai lavori che ormai affronta l’itinerario ricognitivo
delle espressioni poetiche ( e dagli anni ’60 in poi la
stessa poesia non ha certo contribuito ad incoraggiare un’inversione
di tendenza) come un’esperienza ai limiti dell’alienazione
e della negatività comunicativa.
Proprio cinquant’anni fa, tuttavia, nasceva in Romagna un’istituzione
in grado di opporsi al dilagare di questa tendenza in atto, nel
tentativo di un contatto diretto tra poesia e pubblico: stiamo
parlando del Trebbo Poetico, fenomeno culturale nato a Cervia
nell’inverno del 1956 e che interessò, in virtù
della sua logica itinerante, tutta l’Italia e parte dell’Europa.
L’iniziativa costituì la geniale intuizione di due
ragazzi: il milanese Toni Comello e il ravennate Walter Della
Monica i quali, tramite le modalità espressive della performance,
nell’arco di cinque anni straordinari realizzarono il progetto
di portare la poesia “alta” tra la gente, a contatto
con un pubblico il più vasto ed eterogeneo possibile, dalle
città più importanti ai centri minori.
Il Trebbo Poetico, come vedremo, ebbe una risonanza che ruppe
ampiamente i confini della cultura “ufficiale”, qualificandosi
come uno degli avvenimenti più importanti nel campo della
diffusione del patrimonio poetico nazionale. Esso, oltre ad un
riscontro di pubblico non indifferente, ottenne il consenso di
poeti, critica, stampa, personaggi di spicco della cultura italiana
che, sin dall’inizio, sostennero l’istituzione con
un contributo serrato e continuo. All’iniziativa del Trebbo
dobbiamo anche il successivo dilagare delle pubbliche performance
e lo scatenarsi di autentici fanatismi di fronte ad eventi simili,
proposti da noti attori quali Carmelo Bene, Vittorio Gassman,
Roberto Benigni.
Nelle pagine che seguono descriveremo il fenomeno in tutta la
sua estensione, raccontandone la parabola storica ed analizzando
le implicazioni culturali di questa singolare istituzione che
– nata proprio nel cuore della città del sale –
a distanza di cinquant’anni si costituisce come un fatto
ormai storico.
Oggi il termine “Trebbo Poetico” è infatti
rintracciabile esclusivamente nei maggiori dizionari della lingua
italiana per comprendere l’originalità e le implicazioni
della proposta di questi due giovani, Toni Comello e Walter Della
Monica che, con la loro operazione culturale, sono entrati per
sempre nel costume e nel gusto del nostro Novecento.
Natascia Ferrini |
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